Racconti

Come gli anni di Cristo

20171104_235146 (1)“Untitled” Outsider art museum Amsterdam, collection “Nieuwe Meesters”

 

12/11/2017

Vigevano 

 

Apro gli occhi e non riesco a respirare.

Non so dove sono, o meglio, non me lo ricordo.

Supino e immobile, con il respiro ancora in sospeso come ad aspettarmi qualcosa, guardo il soffitto sopra di me che, pian piano, diventa sempre più famigliare tranquillizzandomi per un istante mentre provo, senza successo, ad muovermi.

Sento una voce non famigliare chiamarmi da dietro, ma così come il mio cervello e le mie orecchie riescono a captare questa bassa voce che ripete il mio nome con insistenza, così  i muscoli del mio collo rimangono immobili, come atrofizzati dalla paura di scoprire chi sia effettivamente al mio fianco.

Rimango così con gli occhi aperti e pietrificati, ma so quello che devo fare. Devo mantenere il controllo, è solo l’ennesimo di una serie infinita di attacchi tutti uguali o, perlomeno, simili, che mi attanagliano da un anno a questa parte.

L’essenziale è non spaventarsi, pensare che è tutto un sogno e che tra poco finirà.

Come un qualcosa che non vuole chiudersi, che non vuole essere dimenticata, una luce fioca e calda passa dalle persiane mal chiuse e insieme ad essa vedo un’ombra infiltrasi dentro la stanza cambiando forma e colore.

Si avvicina a me.

Ora è al mio fianco, come un fantasma di un tempo ormai andato che prova a non farsi scordare.

Mi accarezza.

Mi parla.

“33 oggi. E tu? Dove sei?”

Sento l’alito fetido che mi scalda il collo mentre continua a ripetere queste parole che dopo poco diventano come una lagna.

“33 oggi. E tu? Dove sei?”

Provo con la coda dell’occhio a cercare quella presenza di fianco a me. Non capisco da dove venga ma so che è intorno a me.

Lo è sempre stata.

Sempre lo sarà.

Sento gocce di sudore scivolarmi lungo la fronte e cadere sul cuscino, anche lui già madido dalla lunga notte trascorsa sotto di me. Vorrei asciugarmi ma il mio corpo è ancora ancorato come un macigno al materasso.

Mi sembra di sprofondare.

Mi sento sprofondare.

“33 oggi. E tu? Dove sei?”

Questa volta riesco ad aprire gli occhi ed è li che mi attende la più grande prova di tutte: la paura, il terrore. Sopra di me, un’enorme figura fluttuante dalla pelle gialla e dai capelli neri, mi osserva con un sorriso che gli fa formare una fossetta sulla guancia destra.

Non ha gli occhi ma mi osserva con attenzione.

Quella visione mi terrorizza. E’ sempre lei, la stessa identica figura che sera dopo sera torna a trovarmi senza chiedere il permesso e che mi fa urlare e bruciare dentro.

Vorrei chiamare aiuto, ma anche aprire la bocca o emettere un qualsiasi suono mi è impossibile.

Tremo, sudo, e il terrore si impadronisce di me.

Alla fine svengo come se non avessi nessun’altra possibilità.

Un attimo prima di lasciarmi andare sento ancora quella frase sussurrata nel mio orecchio destro.

“33 oggi. E tu? Dove sei?”

“33 oggi. E tu? Dove sei?”

Poi diventa tutto buio, e io cado in un sonno di nuovo profondo.

Per quanto tempo? Non lo so.

Quando mi risveglio non sono più sicuro di quello che ho visto o sentito. Mi rimane solo quella sensazione di angoscia e di vulnerabilità. E quella domanda che mi ronza, senza senso, nella testa, fino allo sfinimento.

“33 oggi. E tu? Dove sei?”

“Non lo so.”

G.

 

 

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Racconti

La racchetta

 

Amsterdam

06/02/2017

Capisco, capisco – ripeteva Filippo, fissando la chioma tenuta a bada da abbondante gel che gli stava di fronte. In realtà non stava capendo, anzi, non stava proprio ascoltando. Da quando aveva messo piede dentro l’ufficio del suo capo, Filippo non aveva fatto altro che pensare a quel giorno lontano in cui aveva spaccato in due la faccia di suo fratello con una racchetta da tennis.

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Racconti

Breve storia di una poltrona

 

Amsterdam

13/01/2017

Federico aveva acquistato la sua poltrona Frau Vanity Fair rossa il 12 Novembre del 1984 e da quel momento non l’aveva mai più abbandonata. Se l’era portata dietro con sé sempre, ovunque. L’aveva comprata con il suo primo stipendio da architetto che si era guadagnato appena finita l’università. L’aveva regalata al padre che gli aveva pagato gli studi con anni di sacrifici e doppi turni alla raffineria ENI di Sannazzaro de’ Burgundi. Quando prenderò il mio primo stipendio ti prenderò un bel regalo, quello che vuoi papà – gli aveva detto il primo giorno di università – che cosa vorresti? – Suo padre era sempre stato un gran lavoratore, e la cosa che ripeteva quando qualcuno gli chiedeva cosa avrebbe fatto una volta in pensione, lui rispondeva sempre con la stessa frase: – me ne starò seduto a leggere libri tutto il giorno – Così quando Federico gli fece quella domanda, lui aveva risposto – una bella poltrona – ridendo sotto quei baffi oramai grigi che portava da più di 30 anni.

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Everyday Life, Momenti, Racconti

Ogni Volta

Malpensa, Terminal 2

11/12/2016

– E che cosa ne dici di questo? –

– Mamma non mi ci sta più niente, non lo vedi? E poi devo ancora metter dentro il formaggio e il salame –

– Hai ragione. E questo? – puntando il dito verso un ingombrante appendiabiti – avevo visto che avevi rotto quello in bagno l’altra volta che siamo venuti a trovarti. –

– Mamma… – respirando – …te l’ho appena detto, non ho più spazio.

– Okay okay, bandiera bianca, ci rinuncio. Ti lascio finire da solo, intanto comincio ad andare giù a tirarti fuori il formaggio e il salame. –

Finalmente rimango solo per un momento nella mia cameretta di quando ero un adolescente. Comincia sempre così il viaggio di ritorno ad Amsterdam ogni volta che scendo per vedere un po’ i miei e mio fratello se non è via per lavoro o a Copenhagen dalla fidanzata.

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Racconti

Le prime impressioni

Amsterdam 7/10/2016

Capita, delle volte, di incontrare persone, che a una prima occhiata non ci piacciono. Poi, tutt’a un tratto, succede qualcosa, un episodio, una sciocchezza, che ci fa capire quanto ci stessimo sbagliando. E da quel momento in poi c’è pure il rischio che quelle persone possano diventare una figura importante nella nostra vita. Ecco, a me di solito succede sempre di incontrare un coglione che poi si rivela proprio come tale. Proprio come l’altro giorno: c’era il ‘derby d’Italia’ nel tardo pomeriggio di una domenica settembrina ancora calda e assolata, e avevo voglia di vedere la partita in compagnia di qualche amico, ovviamente italiano (gli olandesi non me ne vogliano, ma non capiscono un cazzo di calcio), con cui sputare sentenze insultandoci a vicenda (tra parentesi, io non tifo per nessuna squadra, mi limito a gufare sempre per la più forte).

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Racconti

Stellina chiamata in corso

Londra

19/07/2013

Era una giornata di novembre, e a C. cominciava a fare abbastanza freddo. Non ricordo di preciso che giorno fosse, ma nei pressi della stazione C.B., gli aceri avevano già cominciato a farsi spogli. Pioveva. Quella pioggia fine, quasi impercettibile; come quando, all’autolavaggio, vieni inondato da una nuvola di acqua nebulizzata. Non senti le gocce, ma ne esci bagnato. Non dava fastidio di per sé, ma con il vento di C., si.

Mi trovavo in una stanza spoglia e annoiata, dell’immobiliare “2emme” di via Garibaldi. Una scrivania, un manifesto pubblicitario della stessa agenzia, un appendiabiti di plastica, tre pareti color crema, una color menta, la tizia dell’agenzia in tailleur blu scuro, il proprietario dell’appartamento in via B. numero 2 interno 13, io e il mio ‘di lì a poco’ coinquilino N.

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Racconti

Il nonno che non ho mai visto

Amsterdam

06/07/2016

Oggi è morto mio nonno. Non lo conoscevo, ne avevo mai visto una foto di lui. Mia madre, un giorno di tanti anni fa, ci aveva chiesto se avessimo voluto incontrarlo. Io un po’ curioso lo ero, ma la fermezza di mio fratello nel rifiutare quell’invito mi spinse a stare in silenzio e ad adeguarmi alla sua decisione. Non ci aveva mai voluto conoscere nemmeno lui. Stava, da più di 30 anni, in una villa sul mare a Sanremo, il luogo di villeggiatura dell’infanzia di mia madre. Lei non ci aveva parlato per almeno 25.

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