Everyday Life

Luba

Amsterdam

17/05/2017

Apro gli occhi e vedo te, che senti la sveglia prima di tutti, e dal fondo del letto ti avvicini al mio viso annusandomi, facendomi capire che è l’ora di alzarsi. Delle volte, invece, quando si vede che sei più impaziente, ti ritrovo appollaiata a mo’ di gallina sulla mia schiena, intenta a fissarmi con i tuoi grandi occhi gialli che a stento riescono a stare aperti. La voglia di dormire prova a prendere il sopravvento su entrambi, ma finalmente decido di alzarmi, mentre tu mi lasci fare perché sai che adesso arriverà la parte interessante della mattinata.

Mi trascino fuori dal letto e come prima cosa alzo la tapparella per far entrare luce nella stanza. Tu non mi lasci neanche finire che come un fulmine passi dal letto al comodino e con un salto preciso (e fin troppo pimpante per un gatto di 15 anni) sali sul davanzale, dove cominci la tua danza sinuosa, strofinandoti sugli infissi che portano i segni di quel tuo rituale. Mi guardi per capire se sono intenzionato a darti attenzioni e se mi vedi distratto provi anche a miagolare un paio di volte. Ma la tua battaglia è già vinta in partenza: mi avvicino e ti accarezzo per un po’ guardando fuori, e, mentre la mia mano si riscalda tra il tuo pelo, penso alla giornata che mi aspetterà.

Starei lì a massaggiarti per ore, ma la mia vescica al mattino è peggio di una suocera la domenica a pranzo così devo correre al bagno a compiere i miei rituali da umano che tu non hai mai capito.

All’inizio, quando ancora non ci piacevamo tanto, mi correvi dietro sino al bagno, in cerca di quella disperata pappa che mancava nella tua ciotola dalla sera prima, ma poi col tempo hai capito che starmi addosso non ti avrebbe portato da nessuna parte, per cui hai cominciato ad aspettarmi con pazienza davanti alla cucina o appollaiata alla finestra, se il sole batte caldo.

Mentre faccio il caffè e preparo la colazione anche per l’altro umano, tu cominci a girarmi intorno e non appena mi siedo a tavola sali sempre sulla sedia al mio fianco, dove con il tuo muso appuntito bicolore provi ad annusare tutto quello che vedi. Io, ogni volta prendo un pezzetto di pane che sto per imburrare e te lo offro, ma tu hai sempre preferito rifiutare quella robaccia da umani. Sei solo curiosa, e pensi che prima o poi qualcosa di buono salti fuori. Come quando mangiamo il pesce o prepariamo gli hamburger. Vai pazza per la carne cruda.

Così aspetti ancora, pazientemente, fino al momento in cui, con indosso già il cappotto, mi avvicino al frigo e prendo la tua scatoletta del cibo. Tu vai in estasi cominciando a miagolare e a girarmi tra le gambe dalla felicità. Riempio la ciotola blu per bene e verso qualche croccantino in quella bianca in caso ti venisse ancora fame. Infine, uno dopo l’altro, ti salutiamo e usciamo per andare a dedicarci alle nostre vite da umani.

Quello che fai in quelle ore in cui noi non ci siamo non potrò mai saperlo. Quello che però posso fare è provare, per esempio, ad immaginarti con la pancia piena, e che, soddisfatta, ti incammini verso il letto, leccandoti i baffi ancora umidi del pasto appena consumato. Poi cerchi la tua posizione preferita, magari al sole, e ti metti a fare un pisolino per un paio d’ore. Se mi dimentico un sacchetto di plastica sul letto, allora so già che quello diventerà la tua cuccia di giornata, dalla quale ti allontanerai solo per pochi e necessari momenti. Sei sempre stata attratta da quei sacchetti colorati che colleziono come un ossesso uno dentro l’altro. È una delle mie manie, e tu sembri essere l’unico essere al mondo ad accettare questa mia tara mentale, anzi, sembri pure apprezzarla. Anche se la tua vera passione sono le scatole e la carta da imballaggi, non rinunci mai ad un bel pisolino su di un sacchetto di plastica.

Delle volte, invece, ti immagino fare tutte quelle cose che non ti sono concesse quando siamo a casa, come salire sul bordo della cucina o sul tavolo, o bere acqua dal water e dai bicchieri mezzi vuoti messi nel lavandino. Oppure farti le unghie sul tatami o sulla libreria di legno, cosa proibitissima quando noi umani siamo nei paraggi.

Ma se davvero devo essere sincero, mi piace immaginarti passare la giornata sonnecchiando tra il davanzale e il letto, con un occhio chiuso e l’altro aperto, sempre pronta a guardare fuori dalla finestra come una vera portinaia.

La parte preferita della mia giornata è quando torno a casa da lavoro, e ti vedo lì alla finestra ad aspettarmi. A volte proseguo dritto per andare a fare la spesa e girandomi verso casa, per un momento, riesco a intravedere la tua sagoma. Non so come tu faccia a sapere quando sia il momento di metterti sul quel davanzale ad aspettare (sei un gatto dopotutto), ma ogni volta che torno a casa tra le 6 e le 8 di sera tu sei là, ad accogliermi. Miagoli forte nella mia direzione e sembra che tu mi stia salutando, così mi avvicino alla finestra e provo ad accarezzarti mentre tu ti strusci dall’altra parte del vetro sulla mia mano che fingi di sentire.

Se devo buttare nel cassonetto di fronte casa le tonnellate di pubblicità che quasi ogni giorno ricevo, ti lascio la porta d’ingresso aperta, così che tu possa famigliarizzare con quel mondo ignoto e spaventoso che vedi scorrere davanti alla nostra piccola casa. Il massimo del tuo coraggio è varcare quella porta d’ingresso con le sole zampe anteriori, quel tanto che ti basta per raggiungere il piccolo cespuglio d’erba che cresce tra le mattonelle del pavé che sta qui di fronte. Ma non appena mi vedi tornare scappi dentro spaventata.

Io a quel punto, con ancora su il cappotto (cosa che rimpiango di fare ogni giorno vista la quantità di pelo che lasci per strada ad ogni minimo contatto), ti afferro da sotto l’addome e ti prendo in braccio, cominciando ad accarezzarti. Tu in un primo momento provi a fare resistenza, rimanendo rigida e con le zampe posteriori arpionate alla mia sciarpa, ma dopo pochi secondi cadi sotto i colpi delle mie carezze che ti fanno calmare. Ti lasci andare e io continuo a massaggiarti con tutta la concentrazione possibile, a volte stringendo così forte i denti fino a farmi male.

Ti porto allo sfinimento e poi ti metto giù, ritornando per un momento a dedicarmi a me stesso. Tu sei lì che implori cibo e a volte rischiamo di scontrarci nella danza dei rituali opposti che compiamo in quei momenti. Io che provo a far finta che tu non ci sia, e tu che mi navighi a distanza cercando di farmi sentire la tua costante presenza. Il più delle volte riesco a prevalere e a gettarmi in doccia prima di soccombere. Naturalmente mi segui, e mentre sono li ad insaponarmi per bene, ti vedo sbucare impaurita dalla porta del bagno. Quando esco, sei sempre li ad aspettarmi, seduta sul tappeto e con la testa leggermente inclinata, pronta a gridare tutta la tua fame non appena mi avvicino a te.

Devo ammetterlo, delle volte mi piace tirare questo momento il più a lungo possibile, di modo da avere la tua completa attenzione e concentrazione. Fino a che non ti ho sfamato sembri più un cane che un gatto: rispondi ai comandi, mi segui, ti fai accarezzare e scodinzoli pure. Mi piace vedere quanto sei ruffiana, e come provi in tutti i modi a farmi cedere. Come quei giorni in cui appena rientrato mi metto subito al computer a scrivere e tu allora ti metti seduta davanti a me a fissarmi. Sei capace di rimanere così, immobile, anche per mezz’ora, prima di saltarmi sulle gambe e addormentarti su di esse.

La pace in casa torna nel momento in cui decido finalmente di darti da mangiare. Prendo la tua ciotola blu e la riempio per bene. Tu segui il tutto con un fremito che non ti tiene ferma un momento.

Dopo averti sfamato, adesso che la stagione inizia a farsi più bella, mi apro una birra e mi siedo sulla panchina nel giardino sul retro. Rimango un po’ lì a fissare l’albero di fronte a me che fa ombra al capanno degli attrezzi. Ti aspetto. Tu finisci di mangiare e mi raggiungi, passando sempre dalla gattaiola nonostante la porta sia spalancata: ti fa sentire sicura. Ti siedi sul tavolo di plastica verde di fianco a dove sono io, nell’unico punto in cui ancora batte il sole, e così rimaniamo, un po’ guardandoci e un po’ ignorandoci, fino a che non finisco la birra e rientro in casa, con te, prontamente al mio seguito. Per un po’, dopo la pausa birretta, le nostre vite si separano e prendono direzioni opposte. La mia prende la direzione della cucina, mentre la tua quella della camera da letto. Il nostro è un’open space e c’è solo una grande libreria a tutt’altezza che separa i due ambienti, per cui mi è facile vederti sistemare sul davanzale a prendere il calore dei termosifoni appena accesi, o sulla coperta arruffata del letto ancora sfatto.

Io mi concentro sul quello che devo fare, e tu, da lontano, mi tieni d’occhio, schiacciando un pisolino. Capita che a volte annusi qualcosa di interessante, come pollo o formaggio e mi raggiungi, allungandoti verso il piano della cucina per implorarmi di sfamarti. Io ovviamente ti accontento sempre e tu divori dalle mie mani tutto, prima di ritornare, senza nemmeno ringraziare, sul letto, dove vi rimani anche quando l’altro umano torna a casa, lasciandoci cenare in tutta tranquillità. A pancia piena sei un tipo solitario.

La sera la passi con noi, sulle gambe dell’altro umano per la precisione, che solo per farti un favore si copre le gambe con una coperta così che tu possa essere più comoda. Sei molto viziata.

Quando le luci si spengono e tutto tace, spesso io rimango sveglio e, in un angolino del salotto, sotto una piccola lampada, scrivo, mentre tu mi fai compagnia aspettando dentro la scatola appositamente posizionata sul divano per averti più vicina. In quei momenti, per calmarmi e trovare ispirazione, mi avvicino a te e comincio ad accarezzarti, svegliandoti dal tuo sonno. Mi piace sentire che nonostante l’evidente fastidio che ti sto causando tu ti metta a fare le fusa come una matta.

Vado a letto e tu mi segui perché sai che prima di andare a dormire arriverà ancora da mangiare. Miagoli per ricordarmelo dopodiché ti avventi sul cibo con la tua solita foga. Spengo anche l’ultima luce della casa e vado a letto facendomi strada a tentoni. Tutto per un momento tace, e io, finalmente, mi rilasso.

L’altro umano dorme mentre io, assopito, comincio a sentire il rumore delle tue fusa avvicinarsi. Quando arrivi, salti sul davanzale, e ti strusci contro il muro. Mi attiri a te. Così io sono costretto ancora una volta a tirarmi su e, con le ultime forze rimaste, ti faccio qualche carezza. Tu sembri apprezzare lo sforzo e mi ringrazi strofinandoti sulla mia mano.

Alla fine ci diamo la buonanotte e tutti e due ci addormentiamo in un attimo, dormendo beatamente fino alla prossima sveglia.

O almeno è quello che facevamo fino a quando un mese fa una malattia ti ha portato via in meno di 48 ore, lasciando un vuoto immenso.

Adesso non ci sarai più ai piedi del mio letto, non ci sarai più al mio fianco mentre bevo una birra in giardino, non ci sarai più sul davanzale della finestra quando torno a casa da lavoro. E non sarai più al mio fianco mentre a notte fonda provo a scrivere, con il tuo respiro come unico sottofondo.

Non ci sarai più punto e basta.

Mancherai.

Ciao Luba.

G.

Luba

“Luba”, Agosto 2016, Amsterdam, G.D.

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