Racconti

La racchetta

 

Amsterdam

06/02/2017

Capisco, capisco – ripeteva Filippo, fissando la chioma tenuta a bada da abbondante gel che gli stava di fronte. In realtà non stava capendo, anzi, non stava proprio ascoltando. Da quando aveva messo piede dentro l’ufficio del suo capo, Filippo non aveva fatto altro che pensare a quel giorno lontano in cui aveva spaccato in due la faccia di suo fratello con una racchetta da tennis.

Era estate, e come ogni anno si trovavano in montagna a casa della nonna, sopra il lago Maggiore, in un paesino arroccato di appena 50 anime. Era una giornata calda, torbida, di quelle con il cielo terso e neanche un alito di vento ad accompagnarti. In giornate come quelle bisognava solo stare in casa, o con i piedi a mollo in un bel ruscello fresco. A Filippo in giornate come queste, se gli era concesso, piaceva andare fino in fondo alla strada, dove c’era un lavatoio di pietra sotto un pergolato di legno e viti. Filippo si portava dietro suo fratello e qualche fumetto, e lì passava praticamente tutto il giorno con le gambe a penzoloni dentro quell’enorme vasca di granito. La sera, quando tornava a casa per cena, non riusciva a mettersi su le scarpe da quanto gonfi e pregni d’acqua erano i suoi piedi.

Quel giorno, però, nonostante il caldo torrido, la madre aveva programmato una piccola gita fuori porta, con tanto di picnic. Si erano svegliati presto e ognuno aveva preparato i propri panini. Filippo a quel tempo aveva all’incirca 8 anni, e già si sentiva un ometto, così, ogni volta che poteva cercava di aiutare il fratello di 3 anni più piccolo. Gli impacchettò i panini nella carta stagnola, segnandoli con un pennarello rosso di modo da non confonderli con i suoi che avevano il formaggio. Lo aveva visto fare alla madre di un suo amico poco prima di partire per la montagna e gli era sembrata una buona idea, invece che star a perdere tempo a scambiarsi i panini.

Partirono in ritardo, quando il sole già batteva quasi perpendicolare sulle loro teste. Sia Filippo che il fratello si caricarono lo zaino con i loro giocattoli più importanti del momento. Il più piccolo prese con sé un paio di Power Rangers e un Tirannosaurus Rex, mentre Filippo si portò dietro la racchetta da tennis del padre. In quel periodo Filippo stava scoprendo una passione insolita per quello sport e ogni volta che lo davano in televisione, si attaccava allo schermo e non si muoveva più di lì fino a partita conclusa. Il suo preferito era Pete Sampras, che era anche il numero uno di quel periodo e Filippo lo adorava perché aveva la stessa racchetta del padre, oppure viceversa, non si ricordava bene. Così, dopo diverse pressioni e ripetute richieste, era riuscito a farsi dare una delle due racchette dal padre, di modo da esercitarsi durante l’estate contro il muro della loro villetta a schiera. Da quel momento non se ne era più separato, e anche quel giorno, mentre imboccavano un sentiero in salita che li portava dentro il bosco, Filippo teneva in mano quell’attrezzo, ondeggiandolo davanti a sé e simulando il dritto del suo campione preferito.

Camminarono per un bel po’, e nonostante un breve tratto all’ombra, il sentiero scelto dalla madre era tutto esposto al sole. Sudavano molto, ma per fortuna capitava spesso di incontrare piccoli torrenti, forniti di fontanella dalla quale rinfrescarsi con l’acqua più pura e limpida che Filippo avesse mai visto in vita sua. Si bagnavano i capelli e tenevano i polsi per un po’ sotto l’acqua corrente, come gli aveva insegnato la nonna l’estate precedente. Poi ripartivano, continuando lungo quel sentiero che li stava portando sempre più in alta quota. Alberto, il più piccolo, passata circa un’ora e mezza dalla loro uscita, cominciò a dare i primi segni di cedimento. Voleva fermarsi a giocare e la tattica che sembrava aver adottato era quella di continuare a lamentarsi senza soluzione di continuità. Di conseguenza la madre era costretta a dare tutte le attenzioni al fratello, lasciando Filippo un po’ da parte. Non che questo gli pesasse, anzi, questo lo faceva sentire ancora di più grande, adulto. Nonostante non sapesse la strada, cercava di stare sempre qualche passo davanti alla madre, girandosi verso di lei solo davanti a dei bivi. L’unica cosa che un po’ lo infastidiva era il fatto che suo fratello ultimamente fosse al centro delle attenzioni dei due genitori. In parole povere Filippo era in qualche modo geloso del fratello al quale però voleva anche tanto bene. Forse aveva solo bisogno di un po’ più di attenzione, che sua madre e suo padre notassero quanto lui stesse crescendo. Ma per quello che ne possiamo sapere Filippo non aveva mai pensato di essere geloso del fratello, non allora. A 8 anni non chiamava ancora così quel sentimento.

Alla terza richiesta di fermarsi del più giovane, per fortuna della madre, giunsero in una piccolo avvallamento, con un paio grandi ciliegi nel mezzo che facevano un po’ d’ombra. Decise di riposarsi sotto quegli alberi carichi di frutti maturi mentre consumavano il loro pranzo al sacco. Tirarono fuori la tovaglia, di cerata con sopra una stampa di New York, e la sistemarono per bene mettendo delle grosse pietre su ogni lato per non farla muovere.

A Filippo piaceva un sacco mangiare, e ogni volta aveva un appetito tale da letteralmente divorare ogni cosa si ritrovasse nel piatto. Per scherzare sua nonna diceva sempre che a fine pasto il suo piatto non lo doveva neanche lavare da quanto lo aveva ripulito. Anche quel giorno divorò in un baleno la sua razione e, ancora affamato, cominciò a raccogliere le tante ciliegie che si trovavano intorno a loro. Erano mature e belle carnose, di quel colore rubino intenso, che quando le mordi la polpa tenera ti sprigiona in bocca un succo che sa di estate. Filippo ne raccolse un po’ e ci si buttò sopra mangiandole alla sua maniera. Aveva da sempre paura che il seme della ciliegia gli si incastrasse in gola finendo per soffocarlo, così le addentava a poco a poco girando intorno al nocciolo che in questo modo rimaneva attaccato al rametto e lontano dalla sua gola.

Finito il pasto, e visto che il fratello sembrava aver esaurito le proprie batterie, si misero in cammino per tornare verso casa. Dopo pochi minuti Filippo cominciò ad accusare delle forti fitte all’addome che andavano e venivano sempre più frequentemente con il passare dei minuti. Aveva mangiato troppe ciliegie, ne era sicuro. Da bravo boy scout qual era se ne stette zitto, cercando di non far vedere quanto stava soffrendo. Nonostante il sole picchiasse verticale sopra la sua testa, aveva i brividi ma continuava a sudare dalla fronte e dalle mani. Anche la racchetta gli scivolò in un paio di occasioni, rischiando di finire in un torrente. Filippo in quel momento voleva solo arrivare a casa il più in fretta possibile per correre in bagno a liberarsi. Non gli piaceva farla all’aria aperta, l’aveva fatto solo una volta e si era sporcato tutto facendo arrabbiare sua madre.

Quasi correva mentre superavano un sentiero che tagliava un campo verde dal quale spuntava qualche dente di leone ancora in fioritura. Tutt’a un tratto Filippo li notò con la coda dell’occhio, e di colpo fermò la sua corsa disperata, e si mise ad ammirare quel bellissimo prato verde smeraldo che sembrava essere pieno di piccole palle da golf. A Filippo piacevano un sacco quei fiori, li trovava magici e divertenti allo stesso tempo. Gli chiamava ‘Soffioni’ e si divertiva col fratello a spararseli in faccia fino a che uno dei due non alzava bandiera bianca per raggiunta cecità temporanea. Per un istante, preso da quel ricordo, Filippo sembrò dimenticarsi del mal di pancia che così tanto lo stava tormentando fino a un momento prima, e si lanciò nel prato alla caccia di qualche ‘Soffione’ da esplodere contro il fratello, il quale lo seguì a ruota, lasciando la madre sola per un momento a riposare. Si corsero dietro per un po’ facendosi qualche sgambetto e tirandosi qualche spintone, come erano soliti fare ogni volta che si mettevano a giocare, e riuscendo anche a soffiarsi in faccia qualche fiore. Ad un tratto Alberto, per un momento libero dalla morsa del fratello, ne notò uno dalle dimensioni spropositate  che spuntava alto sopra un gruppetto di altri due o tre poco lontano dai lui. In un attimo si alzò e cominciò a correre in direzione del fiore. Filippo non appena capì che cosa il fratello avesse in mente, si mise a scattare come un centometrista per raggiungerlo. Il piccolo arrivò comunque prima e riuscì a catturare il ‘Soffione’ con la mano destra, lanciandosi in avanti come per far meta. Si stava per girare sapendo già di trovare Filippo alla distanza perfetta per colpirlo con quell’enorme massa bianca, ma, invece di trovare il volto del fratello, l’unica cosa che riuscì a vedere per una frazione di secondo mentre si girava,  fu una racchetta nera di 500g colpirlo con estrema forza in pieno volto.

Filippo, vedendosi sconfitto dal fratello minore e in preda ad un mix di dolore ed eccitamento, aveva scagliato la racchetta del padre con tutta forza contro non la mano del fratello, ma bensì il volto, andando a colpirlo proprio in mezzo agli occhi, tagliandolo profondamente. In un attimo fu il caos: il fratello cominciò a strillare e a correre per il campo coprendosi il volto con entrambe le mani. La madre riuscì a raggiungerlo e a sollevarlo di peso per guardare che cosa fosse successo. Filippo aveva colpito il fratello con il telaio della racchetta proprio sopra il naso e tra i due occhi. Lo aveva colpito di taglio quindi la ferita era molto profonda: si vedeva l’osso del naso sotto la carne viva dalla quale usciva sangue rosso rubino. Alberto piangeva e quasi stava collassando dal dolore. La madre oltre a essere preoccupata per il taglio profondo, temeva anche qualche trauma cranico serio visto che era riuscita a sentire nettamente la botta da più di 10 metri di distanza. D’istinto se lo caricò in braccio e mentre con un fazzoletto copriva la ferita, cominciò a correre verso casa. Non erano distanti, saranno mancati massimo 15 minuti, ma in quel momento la madre credeva di avere i secondi contati e quasi si dimenticò di Filippo, il quale, dopo aver colpito il fratello, era rimasto immobile per tutto quel lasso di tempo. Raggiunsero una fontanella e si fermarono a pulire il viso tumefatto del piccolo che quasi esanime continuava a piangere piangeva a dirotto. Si poteva percepire la sofferenza, il male che stava provando Alberto in quel momento. Mentre la madre puliva la ferita, Filippo guardò quello che aveva appena fatto al fratello. Vedeva l’osso bianco spuntare tra le due sopracciglia, e del sangue quasi nero mischiarsi con l’acqua limpida della sorgente ed entrare nell’orecchio sinistro del fratello, che per cinque minuti rimase con il volto sotto l’acqua corrente. Allora in quel momento Filippo si rese conto di quello che aveva fatto. Si rese conto che per la prima volta nella sua vita aveva fatto del male a qualcuno coscientemente. E nonostante quella visione di dolore e violenza che aveva davanti ai suoi occhi, non si sentiva in colpa per quello che aveva fatto, anzi Filippo non sentiva proprio niente. Era cosciente di quello che aveva fatto ma non riusciva a provare alcun sentimento.

Di quella giornata Filippo non ricorda molto altro, solo che alla fine riuscirono a raggiungere casa e che la madre portò il fratello di corsa all’ospedale di Verbania per farlo curare. Ancora adesso Alberto porta il segno di quel giorno. Quando rientrarono in tarda serata Filippo ricorda che la madre lo chiuse in camera e, dopo aver spento la luce, gliele suonò di santa ragione fino a quando non caddero entrambi sfiniti sul letto.

A questo stava pensando Filippo mentre ancora con lo sguardo fisso sulla chioma ingellata del capo annuiva a casaccio.

Ha capito? Forse è meglio chiudere la riunione qui per oggi, che ne dice?

Solo allora Filippo tornò alla realtà, rendendosi conto per la prima volta del fatto che non aveva ascoltato una sola parola durante quell’ora e mezza di riunione. L’unica cosa a cui riusciva pensare era il volto tumefatto del fratello che in quel momento si fondeva con quello del suo capo davanti a lui.

Si prese un momento, e senza neanche congedarsi dal capo uscì dall’ufficio a prendersi una boccata d’aria fresca. Si guardò un po’ intorno e solo allora capì che cosa doveva fare. Davanti a lui, al di là dello stradone semi deserto, c’era un enorme centro commerciale con molte insegne luminose delle catene di abbigliamento, sport e casalinghi più famose. Tra le tante Filippo si fermò a guardare quella della Decathlon. I suoi occhi, di colpo, si illuminarono. Rimase un po’ lì in silenzio, poi infine, ridendo, cominciò a camminare in direzione del centro commerciale, senza curarsi delle auto che gli sfrecciavano affianco, e senza mai staccare lo sguardo da quell’insegna luminosa.

G.

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 Gussie Moran, Photo by Harold Edgerton (1949)

 

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