Racconti

Breve storia di una poltrona

 

Amsterdam

13/01/2017

Federico aveva acquistato la sua poltrona Frau Vanity Fair rossa il 12 Novembre del 1984 e da quel momento non l’aveva mai più abbandonata. Se l’era portata dietro con sé sempre, ovunque. L’aveva comprata con il suo primo stipendio da architetto che si era guadagnato appena finita l’università. L’aveva regalata al padre che gli aveva pagato gli studi con anni di sacrifici e doppi turni alla raffineria ENI di Sannazzaro de’ Burgundi. Quando prenderò il mio primo stipendio ti prenderò un bel regalo, quello che vuoi papà – gli aveva detto il primo giorno di università – che cosa vorresti? – Suo padre era sempre stato un gran lavoratore, e la cosa che ripeteva quando qualcuno gli chiedeva cosa avrebbe fatto una volta in pensione, lui rispondeva sempre con la stessa frase: – me ne starò seduto a leggere libri tutto il giorno – Così quando Federico gli fece quella domanda, lui aveva risposto – una bella poltrona – ridendo sotto quei baffi oramai grigi che portava da più di 30 anni.

E naturalmente Federico aveva mantenuto la sua promessa: una volta terminati gli studi di architettura al Politecnico, aveva subito trovato lavoro in uno dei più importanti studi di Milano, e all’arrivo del suo primo stipendio, corse al negozio d’arredamento che c’era in via Tortona e si mise a girare come un pazzo in quell’enorme magazzino, alla ricerca di una poltrona adatta al padre.

Si era innamorato subito di quella poltrona, se la ricordava dagli studi del triennio: “la ‘Vanity Fair’  era la replica del famoso modello 904 del catalogo Poltrona Frau del 1930, divenuto archetipo per eccellenza della poltrona moderna e conosciuto in tutto il mondo per la tipica forma bombata e la lunga fila di chiodini rivestiti in pelle che rifiniscono schienale e braccioli. L’imbottitura utilizza sia crine vegetale modellato a mano che crine gommato e il cuscino della seduta è in piuma d’oca. Sedile, schienale e braccioli hanno molleggio ottenuto con molle biconiche in acciaio legate a mano e appoggiate su cinghie di juta.” (fonte: http://www.poltronafrau.com/it/catalogo/le-icone/poltrona-vanity-fair)

Federico non era riuscito a staccare lo sguardo per un attimo da quell’oggetto, secondo lui, così perfetto, e alla fine era dovuto scendere a patti con il negoziante per potersela portare a casa. Ma le lacrime del padre nel vederlo trascinare su dalle scale dell’ingresso quell’enorme e pesante pezzo di arredamento, fecero dimenticare immediatamente a Federico i sacrifici economici che avrebbe dovuto fare per i prossimi mesi. Aveva reso il padre orgoglioso di lui, e questa era l’unica cosa che davvero contava. La sistemarono nel piccolo salotto che stava al secondo piano, vicino al camino e alla finestra. Ci misero accanto un piccolo tavolino di ciliegio che Federico aveva realizzato con le sue mani per un esame all’università, e lo adornarono con un bel merletto fatto da sua madre con sopra un vaso con fiori freschi. Federico non provò mai a sederci, lasciando il privilegio esclusivo al padre, che dopo pochi mesi dall’acquisto, finalmente andò in pensione, e ci si stabilì con frequenza regolare. Al mattino, dopo una colazione a base di caffellatte e biscotti, prendeva un libro dalla sua collezione che negli anni era diventata sempre più completa, e si sistemava sulla Vanity rossa, allungando le gambe su un cuscino posizionato ai piedi di essa per favorirgli la circolazione, e lì ci rimaneva fino all’ora di cena, salvo piccoli intervalli in cui si recava al bagno o in cucina per un boccone. Federico ogni volta che tornava a casa da lavoro, lo trovava seduto lì, intento a leggere fitto con due paia di occhiali da vista uno sopra l’altro. Dopo la cena il padre tornava nella sua cuccia mentre lui provava a costruirsi una vita che non fosse solo lavoro e casa.

Ma fu proprio quando Federico cominciò ad ingranare sia a lavoro che fuori che il padre si ammalò. Stava cercando casa a Milano, per rendersi indipendente da quel genitore a cui voleva bene ma che cominciava ad essere una presenza ingombrante per una persona di 30 anni. Federico si sentiva infatti sempre obbligato a metter il padre in cima alla sua lista, e, da quando aveva iniziato a lavorare, aveva sempre più dovuto farsi carico di un uomo che si stava pian piano spegnendo. Così aveva deciso di andare a vivere per conto suo, standogli comunque vicino ma guadagnando quella meritata libertà di cui un giovane uomo ha bisogno. Ma al padre diagnosticarono un cancro ai polmoni il giorno in cui Federico trovò l’appartamento ideale e al quale dovette rinunciare.

Rimase a casa col padre malato, passò da un full time a un part time e cominciò a prendersi cura di tutto.

La malattia si portò via suo padre una domenica mattina di gennaio dopo due anni di cure e tre operazioni che avevano portato Federico allo sfinimento. Tre volte alla settimana tirava su da quella poltrona rossa il padre e lo portava in clinica a fare chemioterapia. Ad un certo punto la malattia sembrò esser stata sconfitta ma pochi mesi più tardi Federico trovò suo padre incosciente sulla sua poltrona Frau rossa, con il Faust di Goethe aperto sulle gambe e una tazza di tè rovesciata sul pavimento.

Il padre rappresentava anche l’unica famiglia che Federico ancora aveva: la madre se ne era andata quando lui aveva 8 anni e i parenti più stretti vivevano nel veneto e non li aveva mai praticamente conosciuti. Così Federico, tutto d’un tratto, si ritrovò libero ma solo e per lui fu ancora più difficile di quando aveva il padre malato. Si chiuse in sé e si allontanò sempre di più dal lavoro e dalle poche amicizie che erano rimaste. Continuò a vivere nella casa del padre lasciandola così com’era. Anche la Vanity Fair rossa rimase al suo posto, tra finestra e camino, con il tavolino di legno al suo fianco a prendere polvere per mesi. Federico continuò a non sedersi mai, come se quell’imbottito ancora appartenesse al padre, nella speranza di vederlo ancora seduto lì al suo rientro a casa. Ma la poltrona rimase lì ferma a prendere polvere fino al giorno in cui Federico decise che era arrivato il momento di riprendere in mano la propria vita.

Decise di andarsene da quella casa, e Milano e anche da quell’ufficio che adesso tanto odiava. Contattò un paio di cugini di Venezia suoi coetanei che aveva visto si e no un paio di volte durante la sua adolescenza e dopo ripetute “pressioni” riuscì a farsi ospitare in una delle tante case sfitte che uno dei due, Alessandro, aveva nella città lagunare.

Passò un mese a preparare il trasloco, riempiendo scatoloni con mille libri e vinili da collezione, con l’idea di portarsi tutto a Venezia e chiudere definitivamente con la sua vecchia vita. Ma a due giorni dal trasloco Federico si svegliò sudato nella notte in preda ad un attacco di panico. In quell’istante capì che per chiudere con quella vita che lo aveva portato allo stremo delle forze e che adesso odiava con tutto il suo cuore, doveva sbarazzarsi anche di tutto quello che poteva, in qualche modo, ricordargliela. Decise così di alzarsi e di rimettere ogni cosa al suo posto. Ci mise tutta la notte, ma una volta che la luce del mattino entrò dalla finestra di quella che era stata la stanza del padre, Federico si sentì finalmente libero e pronto a cominciare una nuova vita. Cancellò il trasloco, noleggiò un piccolo furgoncino, buttò le chiavi di casa dentro la buca delle lettere insieme a una busta per il proprietario di casa (che aveva avvisato la mattina stessa per evitare problemi) e se ne andò per sempre da Milano, portandosi con sé soltanto una borsa con qualche vestito dentro e la poltrona Frau rossa come unico ricordo di quella vita che si stava lasciando alle spalle.

Si trasferì a Venezia dove dopo qualche mese, a una festa di Natale a casa di un lontano parente conobbe Paola, figlia di un mercante di pelli di Udine. I due si innamorarono subito e dopo meno di un anno lei rimase incinta e i due ebbero Giorgio. Gli anni passavano in fretta e Federico quasi come un automa si divideva sempre e solo tra famiglia e lavoro. Era felice e soprattutto nell’ambito professionale cominciava a vedere i primi risultati della sua prolungata gavetta. Sempre più rispettato all’interno di quel nuovo ufficio, veniva spesso invitato a conferenze presentato come uno dei pionieri del suo settore.

Fu così che cominciò a frequentare sempre più assiduamente party e drink esclusivi accompagnato sempre dalla moglie che sembrava sicuramente più a suo agio di lui in quei contesti. Le cose tra di loro si erano un po’ incrinate nell’ultimo anno: Giorgio cresceva con un padre che poco partecipava alla vita famigliare e Paola non mancava mai di farglielo notare. La coppia sembrava tornare felice soltanto in quelle tante (per fortuna) occasioni mondane a cui dovevano per forza partecipare. Ma fu proprio ad una di queste feste che il loro matrimonio, di fatto, terminò. Mentre Federico era intento a tessere le lodi del suo studio a un investitore cinese, Paola conobbe Luca, un giovane e prestante architetto di Treviso che le fece perdere letteralmente la testa.

Una sera che Federico era fuori città per un progetto, Paola portò Giorgio dai genitori e si incontrò con Luca per un drink. Non fu difficile per il giovane architetto farsi invitare a casa di Paola, dove lei si fece possedere per ore in tutte le parti della casa, compresa la poltrona rossa del padre di Federico. Quella sera si abbandonò, sfinita, proprio su di essa, scordandosi di un piccolo ma fondamentale dettaglio: Luca, nel concitato amplesso finale che aveva avuto, si era talmente lasciato andare a scatenati fremiti di passione che aveva finito per perdere il suo Rolex tra lo schienale e il cuscino, e dall’eccitazione se ne era completamente scordato. Inutile dire che Federico ci mise un attimo a trovarlo il giorno dopo.

Paola provò a resistere per ore alle insinuazioni di suo marito prima di crollare, sfinita, di fronte alla più evidente delle prove. Federico non ci aveva messo molto ad accorgersi di quell’oggetto luccicante che spuntava da sotto il cuscino rosso che sembrata tanto più schiacciato del solito. Lui non ci si sedeva mai su quella poltrona, lo faceva stare male ogni volta, e neanche Paola la non la usava mai, per cui non ci era voluto molto a notare quell’anomalia sul suo oggetto più caro. Una breve perlustrazione poi, aveva reso chiaro quello che era già più di un sospetto nella sua testa: i capelli biondi di Paola e quel Rolex dicevano tutto sulle bugie che sua moglie stava provando a rifilargli in quel momento.

Me ne vado – sentenziò nel bel mezzo della discussione. Paola provò a fermarlo, in quel momento venne fuori la madre che c’era in lei e la paura di crescere un figlio da sola la spaventava più di ogni altra cosa.

Ma non servì a nulla, Federico non ci pensò su due volte, e, come la volta precedente, prese la decisione di andarsene e lasciare tutto. Si infilò il cappotto, buttò due cose a caso nella sua borsa della piscina e, dopo aver dato un ultimo bacio al piccolo Giorgio che dormiva nella sua cameretta dalle pareti color celeste, diede le chiavi di casa e del garage a Paola, la baciò sulla fronte e se ne andò per sempre da Venezia e dalla sua vita.

Il tassista che se lo trovò di fronte stentò a credere ai suoi occhi quando Federico pretese di far entrare la sua poltrona Frau rossa nel bagagliaio del taxi. Non me ne vado senza di lei! Ti pago il triplo – intimò vedendo il tassista esitante. Bastò quella frase, unita a un viso devastato dal dolore (e dalla consapevolezza di aver appena fatto una cazzata), per far si che l’uomo cambiasse idea e portasse il proprio cliente e la sua sua poltrona a destinazione. 

Federico dopo un lungo peregrinare di diversi mesi tra amici e conoscenti che rimanevano allibiti trovandoselo di fronte accompagnato da una poltrona rossa, finì ad Amsterdam dove un suo ex compagno di università gli aveva rimediato una stanza prima, e un lavoro poi. Lentamente (tralasciando molti episodi non necessari allo scopo di questa storia), la nuova vita di Federico cominciò a prendere quota nuovamente. In fondo era una persona sveglia, curiosa, ma sopratutto molto sicura di sé, e questo lo aiutò molto. In tutti quegli anni non aveva più sentito Paola se non attraverso gli avvocati: avevano divorziato e lui gli passava gli alimenti ogni mese con regolarità. Ogni tanto chiamava il figlio, evitando bene di incrociare anche solo per un attimo la voce di Paola.

Ad Amsterdam, e sempre ad una festa, conobbe Christine, una giovane biologa danese, e con essa cominciò una relazione vera, matura. Oramai aveva superato i 40 anni e la sua nuova compagnia di 10 anni più giovane voleva un figlio da lui. Ma Federico, tenace come sempre, preferì concentrarsi sul lavoro e rimandare di qualche anno. Finalmente era tornato a fare quello che era la sua passione, la sua vocazione: l’architetto. Dopo diversi anni passati a far carriera alle dipendenze di qualcuno, si decise di fare il grande passo, e, insieme al suo ex compagno di università Remco, aprì uno studio tutto suo. Lo chiamo ‘Red Chair’ in onore della sua tanto amata compagna di avventure. Affittarono uno sgabuzzino al secondo piano di un bel edificio di inizio secolo nella zona West di Amsterdam. Federico alla consegna delle chiavi si presentò con a seguito la sua poltrona Frau rossa. All’inizio le cose non furono semplici: i clienti stentavano ad arrivare e il loro sogno di lasciare un segno su questo pianeta sembrava sgonfiarsi giorno dopo giorno. Federico però non si perse d’animo (non poteva) e con tutti i mezzi possibili riuscì ad accaparrarsi un paio di clienti, tra cui un certo Robbert, costruttore, che risultò essere molto interessato alla causa di Federico. Dopo qualche mese di contrattazioni varie, Robbert divenne il terzo partner e da quel momento in poi lo studio ‘Red Chair’ cominciò a volare. Il nuovo arrivato portò con sé un bacino di clienti notevole e presto ebbero così tanto lavoro da dover cominciare ad assumere personale. Dovettero spostarsi in ufficio più grande e dopo solo un anno dall’entrata di Robbert in società, passarono dall’essere in 3 ad avere 22 dipendenti.

Federico si trovò così per la prima volta a gestire uno studio di quelle dimensioni, composto principalmente da giovani neo-laureati con nessuna esperienza, da solo. Fu come rimparare ad andare in bicicletta. Dovette trovare un equilibrio tra l’essere un carismatico ma amichevole mentore e uno spietato dittatore nel momento del bisogno. A volte si portava il lavoro a casa, e, con esso, anche quell’attitudine sempre più iraconda, che finiva per essere sfogata sull’incolpevole moglie. Christine, che nel frattempo era anche lei riuscita nel suo intento di fare carriera, non sembrava più in grado di stare al fianco di una personalità così forte e dominante, ma resistette, lottando per i suoi spazi. Avevano avuto Claudia, e adesso che la loro primogenita si apprestava a iniziare le scuole superiori, aveva realizzato che era stata infelice per troppi anni. Federico, nel frattempo, per 15 anni passò più di 12 ore al giorno a lavorare, portando ‘Red Chair’ ad essere uno degli studi di architettura leader in Europa.

La sua Vanity Fair non si era mai mossa dal suo ufficio personale: era diventata la poltrona totem dello studio. Tutti andavano a sedersi lì nei momenti di crisi, personale o professionale, e tutti, uscivano dopo un paio d’ore, con di nuovo il sorriso stampato in faccia. Federico a volte faceva da psicologo per i propri associati: era una sorta di valvola di sfogo con la quale qualsiasi persona dello studio, ci si ritrovava ad avere a che fare almeno una volta nella vita.

Federico ascoltava le parole dei suoi giovani architetti e ingegneri e poi elaborava la sua risposta, fatta di vita vissuta e qualche bugia buttata qua e là per rendere più spettacolare la storia e farli sorridere un po’. E la cosa funzionava sempre. I successi negli anni non mancarono: vinsero qualche premio importante e al party del 18esimo anno di attività Robbert annunciò l’apertura di un nuovo ufficio a New York. All’età di quasi 60 anni Federico aveva ancora voglia di lavorare e lo spirito di un 20enne quando si trattava di fare il culo ai propri associati. E fu proprio durante uno dei suoi sfoghi che il cuore gli cedette di botto. Cadde all’indietro e, come segno del destino, sprofondò sulla sua poltrona Frau, sedendosi su di essa per la prima volta nella sua vita. Quell’infarto non se lo portò via, ma gli fece capire che era arrivato il momento di smettere, che anche quella fase della vita era anch’essa finita e che era arrivato il momento di cambiare. Così, dopo essersi ripreso completamente e aver lavorato per altri sei mesi, il giorno del suo 60esimo compleanno annunciò a tutti il suo ritiro dalla vita professionale. Fu un momento di grande dolore per Federico che non avrebbe voluto prendere quella decisione ma che fu costretto visto che, a pochi mesi dall’infarto, durante un controllo di routine, gli fu diagnosticato un cancro ai polmoni proprio come al padre.

Non lo rivelò a nessuno se non a Remco e Robbert, i quali fecero finta di niente, e lo lasciarono mentire per il bene comune dello studio. Federico organizzò una grade festa quella sera, e dopo un discorso a dir poco commovente lasciò spazio alla parte giovane dell’ufficio scatenando le danze a suon di deejay e luci stroboscopiche. Anche la moglie Christine e la figlia Claudia parteciparono a quella festa, l’ultima di Federico. La malattia se lo portò via, proprio come il padre, una domenica mattina, durante uno degli inverni più freddi degli ultimi anni. Lo trovarono seduto sulla sua poltrona rossa, che aveva iniziato ad usare una volta in pensione proprio come il padre, con un libro sulle gambe e una matita ancora in mano. Fu sua figlia Claudia a trovarlo e a prendersi cura di tutto. Christine, distrutta dal dolore, non prese parte al funerale, ma, quel giorno, invece che presentarsi in chiesa, si presentò davanti all’ufficio dell’appena defunto marito, e, facendosi aiutare da un paio di stagisti che avevano solo sentito parlare di Federico, portò la poltrona Frau Vanity Fair rossa in quello che era stato il suo ufficio. Poi in lacrime se ne andò, e non tornò mai più in quello studio che ancora, grazie alla figlia Claudia, adesso rappresenta una delle eccellenze nel campo dell’architettura. Molte cose sono cambiate negli anni, ma lo spirito e il credo di Federico viene portato avanti ancora oggi, giorno dopo giorno.

Ma sopratutto, la poltrona è ancora lì. Magari un po’ traballante e sbiadita ma è rimasta lì, dove lei l’ha lasciata. La potete trovare all’indirizzo Prinsegracht 487, terzo piano, interno 7. Chiedete della poltrona di Federico, vi ci accompagneranno con un sorriso.

G.

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“Ritratto da lontano” – Author unknown

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