Everyday Life, Momenti, Racconti

Ogni Volta

Malpensa, Terminal 2

11/12/2016

– E che cosa ne dici di questo? –

– Mamma non mi ci sta più niente, non lo vedi? E poi devo ancora metter dentro il formaggio e il salame –

– Hai ragione. E questo? – puntando il dito verso un ingombrante appendiabiti – avevo visto che avevi rotto quello in bagno l’altra volta che siamo venuti a trovarti. –

– Mamma… – respirando – …te l’ho appena detto, non ho più spazio.

– Okay okay, bandiera bianca, ci rinuncio. Ti lascio finire da solo, intanto comincio ad andare giù a tirarti fuori il formaggio e il salame. –

Finalmente rimango solo per un momento nella mia cameretta di quando ero un adolescente. Comincia sempre così il viaggio di ritorno ad Amsterdam ogni volta che scendo per vedere un po’ i miei e mio fratello se non è via per lavoro o a Copenhagen dalla fidanzata.

Mentre lotto con la cerniera della valigia mi guardo intorno: la stanza è rimasta quasi completamente intatta, proprio come l’avevo lasciata quando me ne andai all’università più di dieci anni fa. Pareti color giallo canarino e soffitto celeste, col tempo è finita per diventare prima la camera di mio fratello e poi quella di mia madre, nelle notti in cui papà russa con troppa insistenza.

Il letto, un Futon comprato a Ikea, è semi-distrutto e oramai le doghe integre si contano sulle dita di una mano. Ma mi sono affezionato a questo letto, così come a tutto il resto dell’arredamento ovviamente, e nonostante mia madre voglia cambiarlo da tempo, io ho sempre resistito. Sopra il letto due lunghe mensole di legno bianco mettono in mostra tutte le medaglie e trofei conquistati nella mia passata carriera da giocatore professionista di pallanuoto. Opposta al letto una gigantesca libreria copre tutta la parete. C’è di tutto: dalla narrativa ai testi di scuola miei e di mio fratello e persino una copia della prima edizione italiana della Divina Commedia con le illustrazioni del Dorè insieme a qualche manuale dei boy-scout dei tempi di mia nonna.

Metto in ordine la scrivania riponendo ogni oggetto al suo posto designato da tempo: le penne nel loro contenitore a sinistra sotto la lampada retrò tipo quella degli avvocati, i quaderni a destra impilati dal più grande al più piccolo e, se possibile in ordine cromatico, mentre  tutte le altre cose finiscono in una scatola di ottone con raffigurata una McLaren Formula1 degli anni ’70. La certezza di trovare le cose al proprio posto ogni volta che torno mi fa sentire davvero arrivato a casa.

Controllo di non aver lasciato nulla fuori posto e di non aver dimenticato niente di fondamentale, vedi biglietti e portafogli vari. Chiudo la valigia accertandomi di aver lasciato ancora quel poco di spazio necessario per infilarci dentro Grana e salame, tiro giù la tapparella e andando verso l’uscita, accarezzo le lenzuola fresche che mia madre mi fa sempre trovare e, prima di chiudermi la porta alle spalle, mi giro e saluto – Ciao, ci vediamo tra un po’ – Infine esco. Vado alla breve ricerca del mio vecchio gatto di 16 anni che oramai campeggia sempre sul letto dei miei, gli faccio un paio di carezze e gli dico di fare il bravo. Lui ricambia con un’occhiata un po’ sognatrice e un po’ infastidita, prima di girarsi dall’altra parte e riprendere il suo riposino pomeridiano come se nulla fosse. Infine scendo giù in tinello, dove mia madre mi sta aspettando carica di cibo e magliette della salute.

Mentre cerco di togliere dalle sue grinfie la valigia che sta per esplodere, mio padre arriva nel vialetto di casa con la sua Passat nera tirata a lucido (da quando è andato in pensione si dedica alla pulizia della sua auto almeno un paio di volte alla settimana) e suona il campanello di casa un po’ per richiamarci all’ordine e un po’ per darci una mossa. Quello per me è un momento di grande stress: una guerra psicologia tra il me stesso che vorrebbe urlare in faccia a mia madre di smetterla di buttare roba inutile dentro la valigia, e il me stesso che vorrebbe mantenere la calma e sopratutto le buone maniere con la madre che non rivedrà per chissà quanti mesi e che in fondo sta facendo tutto ciò soltanto per il tuo bene. Alla fine prevale una via di mezzo e con un fare tra il comprensivo e il determinato allontano la valigia dal suo raggio d’azione e mi dirigo con essa giù all’ingresso dove mio padre ci attende in montone e cuffia dell’Arsenal.

Casa mia si sviluppa, rispetto alle altre della nostra zona, sull’altezza e quindi le stanze sono molto piccole. Anche l’ingresso non è da meno e ogni volta che devo partire ci ritroviamo tutti e tre lì contemporaneamente, schiacciati come sardine, a metter su cappotti e scarpe.

– Passami il calzascarpe. –

– Aspetta che mi serve un momento. –

– Hai preso le chiavi? i biglietti? –

– Si, ho preso tutto. –

– Aspetta che non trovo il Telepass, è sempre stato qui. –

– L’ho già messo su in auto, andiamo. –

– Si un momento, non trovo anche la spilla che mi hai regalato il Natale scorso. Volevo indossarla.-

– Guarda che ce l’hai già su.-

– Ah okay, sono pronta allora. –

Completata la vestizione lascio andare avanti i miei, e per un momento mi fermo ad osservare quell’angolo di casa così diverso da quello che mi aspetterà di li a qualche ora. Gli affreschi lungo la scala, il solaio di vetri colorati, i quadri sistemati quasi l’uno sopra l’altro da quanti ce ne sono, e le mille giacche, la bicicletta di mia mamma, le sue borse e l’alberello giallo di Ikea con tutte le chiavi appese. Controllo che non ci siano le mie nel mucchio ed esco, raggiungendo i miei che mi aspettano in macchina con il motore già acceso.

Il viaggio fino all’aeroporto dura circa un’ora e io mi godo il paesaggio dal sedile posteriore, conversando con i miei riguardo i piani futuri. Si preoccupano molto per me e hanno paura faccia qualche cavolata come già successo in passato, per cui ogni volta devo stare molto attento a quello che dico e dosare le parole con molta cura. Non guido mai quando andiamo all’aeroporto, preferisco stare dietro e non perdermi quegli ultimi attimi di famiglia e quotidianità passata. Il fatto buffo, se così si può dire, è che invece quando arrivo voglio sempre guidare e, anche se stravolto, non c’è verso che ceda il posto di guida a mio padre. Invece quando parto mi piace stare lì a godermi sempre le stesse dinamiche: la valigia, lo stress, i no a mia madre, i semafori rossi presi da mio padre. Famiglia è anche questo per me: routine.

L’arrivo alle partenze del Terminal 2 di solito coincide anche con il momento in cui mia madre comincia a dare i primi segni di cedimento e di tristezza. Una volta parcheggiato e controllato sugli schermi all’ingresso lo stato del mio volo, se non ci sono ritardi, ci sediamo al bar dove mia madre attacca a pianificare la mia prossima visita. Una volta terminata la lista di cose che dovrò fare (ad esempio: esame del sangue, delle urine, andare dal dentista, vista alla pro-zia all’ospizio, passare a salutare il Tino, il nostro salumiere, che mi chiede sempre di te e non ti vede mai, eccetera eccetera) passa in rassegna i suoi impegni futuri, sbuffando e lamentandosi di tutto e tutti. Mia madre è fatta così: quando è nervosa comincia a parlare a ruota libera senza lasciare spazio a qualsiasi possibilità di dialogo. Il suo è un monologo atto a non somatizzare troppo il momento.

Io e mio padre ci guardiamo e sorridendo lasciamo che esaurisca le sue batterie prima di riprendere in mano la situazione e ricordarle che di lì a poco devo andare.

Vado in bagno e mi guardo allo specchio: non so perché ma ogni volta che mi ritrovo a fissare il mio riflesso in quel bagno dell’aeroporto è come se tutt’a un tratto ogni mia certezza crollasse l e che in quel preciso momento capisca che in fondo ne ho abbastanza di partire, che non ho più voglia di stare distante e che non voglio più ritrovarmi in aeroporto ed essere io quello a dover partire.

Poi mi asciugo il volto sudato e teso e mi dirigo a salutare i miei prima di partire.

I miei si accorgono del mio sguardo teso e cercando di tirarmi un po’ su mi accompagnano verso gli imbarchi. Di solito non c’è molta gente in coda così ci fermiamo a due passi dalle barriere e ci scambiamo i saluti.

Poi prendo e imbocco la lunga serpentina che mi porta ai controlli e mentre la percorro mi giro più volte a osservare i miei genitori che, imperterriti, rimangono lì, ad aspettare di vedermi definitivamente scomparire dalla loro vista. Io allora mi sbraccio e ricambio i loro saluti mentre con le lacrime agli occhi raggiungo il metal-detector dove ogni maledetta volta vengo controllato per le enormi quantità di cibo che porto con me.

– Per questa volta passi, ma la prossima no. – mi ripetono ogni volta.

Io annuisco e con il nodo alla gola mi giro un’ultima volta verso l’ingresso dove i miei sono ancora lì fermi ad aspettare. Provo a salutarli, ma questa volta sono troppo distanti per vedermi, e nonostante i miei sforzi li vedo pian piano allontanarsi verso l’uscita.

– Anche questa è andata – penso, mentre con gli occhi lucidi e il cuore più leggero a ogni passo, mi incammino verso il Duty-free prima, e, verso Amsterdam, poi.

G.

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Takashi Takimoto – I love stripes

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