Everyday Life

Andare a scuola

28/03/2013 Utrecht

Sono le 7.47 quando la sveglia del mio cellulare suona per la prima volta. La spengo e mi rimetto giù. Alle 7.53 suona una seconda volta, e, anche questa, la ignoro. Alle 8.01 suona la terza ed ultima sveglia. Questa è quella che mi deve far alzare dal letto per forza.

Copro tutte le azioni d’obbligo con una disciplina quasi militare e una volta in bagno comincio a capire chi sono e dove mi trovo.

Bevo il caffè mentre decido come vestirmi.

Il tempo fuori è grigio ed il cielo non sembra altro che un blocco di cemento appeso lì, sopra la città.

Non piove. Non ancora.

È primavera e le temperature finalmente si sono alzate ad un livello di sopportazione accettabile.

Finisco di vestirmi allacciandomi con cura le scarpe. Ho sempre il terrore che si slaccino mentre sto pedalando, e che finiscano tra i raggi delle ruote facendomi cadere rovinosamente per terra, proprio come successe a mio padre una volta da ragazzino. Ogni volta che devo uscire mi ritrovo a guardare fuori le pozzanghere sul retro di casa: sposto le tende e mi metto a fissarle attentamente per qualche. Sono il mio “live meteo”. Quasi sempre, come per magia, mentre mi infilo il giubbotto e tiro su la zip, qualche goccia comincia a cadere. Ma oramai c’ho fatto l’abitudine e un po’ di pioggia non mi spaventa più di tanto.

Esco di casa e mi infilo i guanti per ripararmi dal freddo.

Tolgo il lucchetto alla mia bicicletta, asciugo il sellino con la manica della giacca e parto.

Andare a scuola vuol dire percorrere la città di Utrecht da Nord-Ovest a Sud, passando per il centro. E’ un percorso di circa 35/40 minuti. Dipende dalla fretta e, soprattutto, dal traffico. Per prima cosa devo attraversare il mio quartiere, il Lombok. Passo per Kanaalstraat: la strada è diversa da tutte le altre di questa città. Lungo di essa, spuntano ad ogni angolo piccoli bazar e alimentari che vendono prodotti tipici delle colonie olandesi, come il Suriname o l’Indonesia. Schiacciati tra questi paradisi di colori e profumi, piccole panetterie turche fanno il pane più buono della città a tutte le ore e una macelleria gestita da tre attempate sorelle olandesi ha sempre la coda ben al di fuori del negozio.

Qui la gente sta sempre all’aria aperta, in strada. I proprietari dei bazar discutono tra di loro in arabo mentre Internet point e parrucchieri sono presi d’assalto da orde di ragazzini turchi tutti in bomber e pantaloni attillati.

Il parcheggio, a differenza che nel resto della città, qui è un discorso del tutto a parte. Ognuno decide di fermarsi e parcheggiare dove come e quando vuole, il che fa sembrare quei 300 metri piuttosto che una strada, un percorso ad ostacoli.

In fondo alla via, c’è una moschea in costruzione che stanno finanziando gli abitanti stessi del quartiere.

Esco finalmente indenne dal mio quartiere e mi dirigo verso il ‘tunnel’, un sotto-passaggio che mi porta al di là della stazione e mi fa raggiungere il centro. Mi piace sentire il frastuono del treno che passa sopra di me, mentre mi lancio, accelerando, verso l’uscita del tunnel. Ora devo circumnavigare la stazione/centro commerciale. E’ un edificio immenso, degli anni 70: un colosso di cemento, vetro e forme squadrate, buttato lì, nel cuore della città. L’impatto con la vista è devastante, e per un momento non sembra neanche di trovarsi in Olanda, ne tantomeno nella graziosa Utrecht. Dentro c’è di tutto: negozi, cinema, stazione, centro congressi, supermercato, e sempre un mare di gente. Aperta 24h su 24, 7 giorni su 7 è anche il modo più veloce per passare da una parte all’altra della città a piedi.

Circumnavigare questo colosso però non è impresa facile. L’unica soluzione è rappresentata da una strada molto ventosa e molto trafficata che costeggia l’intero complesso. Alla mia sinistra, migliaia di biciclette parcheggiate. Alla mia destra, bus e tram inghiottiscono pedoni. Di fronte a me una fila sterminata di ciclisti.

A volte, quando prendere la bicicletta per andare a scuola è impossibile, a quell’ora mi ritrovo lì a destra, congelato, ad aspettare il bus 12s con tanti altri studenti.

Circumnavigato il centro commerciale, il paesaggio, finalmente, migliora. Devo percorrere una lunga strada di circa 1.5 km, tutta dritta. Il viale è completamente alberato e a sinistra si estende il canale che delimita il centro città. Questo inverno è stato quasi sempre ghiacciato, centinaia di persone ci andavano a pattinare, lasciandomi meravigliato ogni volta che passavo di lì.

C’è una bellissima casa a circa metà del percorso. Le sue vetrate colorate, raffigurano scene di battaglie e di vita rurale, come a raccontare qualche episodio passato della città (o così mi piace pensare). Mi ricorda la casa dei miei genitori in Italia, anche se, onestamente, la somiglianza non c’è proprio. Sono belle le architetture in questa strada. Lo stile è quello che ovviamente ti aspetti di trovare in un paese del nord Europa: mattoni a vista e forme appuntite; ma ogni mattina vederle scorrere di fianco a me mi fa sentire per un momento davvero felice di essere qui: non c’è pioggia che tenga, un sorriso sincero mi spunta sul viso sempre.

Alla fine della strada passo il semaforo e attraverso il ponte che mi porta al di là del canale. La scuola è oramai lontana solo un paio di isolati. Supero l’incrocio di Ledig Erf e imbocco l’ultimo rettilineo. Costeggio il carcere sulla destra e dopo un sotto-passaggio vedo spuntare la torre della KPN. Giro a sinistra al semaforo e finalmente sono arrivato.

Parcheggio la bicicletta dietro dove ci sono le telecamere della sicurezza dato che non ho un lucchetto troppo resistente, e, prima di entrare in classe, mi dirigo verso la caffetteria. A questo punto sono almeno le 8.45 e ho ancora 15 minuti per prendermi un caffè americano da 70 centesimi al bar. Dalla parte opposta del bancone c’è una parete vetrata che dà sulle classi occupate da corsi di moda e scultura. A volte mi siedo per un momento ad aspettare che il mio caffè si freddi e osservo ragazzi e ragazze intente a cucire e ritagliare con minuziosa attenzione.

Il più delle volte invece, pagato il caffè, vado in classe a prepararmi per la lezione. Salgo le scale, passando l’asino bianco che sta nella hall della scuola.

Ci sono due modi per raggiungere l’aula 106 al primo piano del dipartimento di architettura: l’ampia scalinata che si trova dritta davanti all’ingresso, o la piccola scala  sul retro. Questa arriva proprio di fronte all’aula. Una volta davanti alla porta mi do una sistemata ai capelli che  mi stanno facendo grondare la fronte. Parto profumato e arrivo sempre sudato e puzzolente.

Infine entro, sapendo già cosa aspettarmi: di fronte a me un’ampia vetrata lascia entrare la luce plumbea del mattino su di un tavolo al quale siedono già 3 dei miei compagni di corso. C’è Otto, olandese di ventotto anni, primo della classe e ragazzo particolare; c’è Anneroos, pure lei olandese, biondissima, capelli corti, mento un po’ da gallina e un corpo della madonna; e infine c’è A., la mia amica A.

Ventotto anni con una bambina di 4. è di Tbilisi, Georgia. è la persona migliore che abbia mai incontrato in vita mia.

Saluto tutti e vado a sedermi di fianco a lei, appoggiando il giubbotto sulla sedia di legno e tirando fuori il computer dallo zaino.

A. è sempre al telefono con suo marito prima di lezione, così io aspetto di parlarle scorrendo il quotidiano online e bevendo caffè.

Sono oramai le 8,55 quando uno dietro l’altro compaiono gli altri compagni di classe. La classe si riempie di profumo di caffè,tè alla menta e cappotti bagnati.

Entra la nostra tutor.

È fradicia ma sorride.

Respiro.

Sono le 10,00. Guardo fuori dalla finestra: piove davvero forte in questo momento. La giornata è appena iniziata. E io riesco solo a pensare al viaggio di ritorno.

G.

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G.D. “Untitled” Paesi Bassi, 2013

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