Racconti

Le prime impressioni

Amsterdam 7/10/2016

Capita, delle volte, di incontrare persone, che a una prima occhiata non ci piacciono. Poi, tutt’a un tratto, succede qualcosa, un episodio, una sciocchezza, che ci fa capire quanto ci stessimo sbagliando. E da quel momento in poi c’è pure il rischio che quelle persone possano diventare una figura importante nella nostra vita. Ecco, a me di solito succede sempre di incontrare un coglione che poi si rivela proprio come tale. Proprio come l’altro giorno: c’era il ‘derby d’Italia’ nel tardo pomeriggio di una domenica settembrina ancora calda e assolata, e avevo voglia di vedere la partita in compagnia di qualche amico, ovviamente italiano (gli olandesi non me ne vogliano, ma non capiscono un cazzo di calcio), con cui sputare sentenze insultandoci a vicenda (tra parentesi, io non tifo per nessuna squadra, mi limito a gufare sempre per la più forte).

Così avevo invitato qualche amico da me, e, siccome dispongo di un bel giardino con veranda, avevo aperto le porte di casa anche agli amici degli amici: “Tutti benvenuti, portate da bere se volete, anche se un paio di casse di birra ce le ho già qui in fresco”, avevo annunciato. Tutto felice per il pomeriggio che mi stavo preparando a passare in modo stranamente sociale (per me ovviamente, sono una persona abbastanza solitaria). Impiegai quasi tre ore per sistemare un tavolo e un paio di panchine in giardino tant’ero eccitato all’idea.  Infatti ero ancora in doccia quando gli ospiti cominciarono ad arrivare. Avevo perso la cognizione del tempo, come quasi sempre mi capita quando ho un appuntamento e un sacco di tempo a disposizione. Così mi diedi una rinfrescata veloce e raggiunsi gli altri che già sorseggiavano birra in veranda grazie a C., amico di una vita e unico possessore delle mie chiavi di scorta (che preventivamente aveva portato dietro conoscendo bene le mie abitudini). Non abbiamo mai scelto di venire qui insieme, ci e’ capitato, ma devo dire che e’ stata proprio una manna dal cielo. C’era anche J., collega e forse unica ragione per la quale lavoro ancora in quell’ufficio di pazzi scatenati. Se non fosse arrivato lui circa un anno fa, molto probabilmente ora sarei a cercare fortuna a Formentera, investendo i pochi soldi rimasti per aprire un chiringuito che avrebbe chiuso in meno di una stagione date le mie ‘spiccate’ doti manageriali (tra l’altro, poi, non ho ancora ben capito che cosa sia e che cosa abbia di tanto diverso un chiringuito da un semplice bar sulla spiaggia). Con lui erano venuti anche i suoi tre coinquilini: M., F. e P., ragazzi un po’ più giovani di me, che come tanti ultimamente, sono venuti qui a cercare fortuna, perchè in Italia, ancora adesso, se non sei un figlio di papà, col cazzo che lo trovi un lavoro che non sia cameriere o barista (con tutto il rispetto per le categorie ovviamente).

La partita era appena iniziata e già volavano le imprecazioni, condite dalla tanta birra che continuava a scorrere senza soluzione di continuità da quando avevo messo piede in giardino. Il match era spumeggiante e l’eccitamento tra di noi era tale che ogni volta che una delle due formazioni si avvicinava pericolosamente all’area avversaria scendeva un silenzio di tomba.

Al 15’ del primo tempo, con Inter e Juve ancora bloccate sullo 0 a 0, il campanello di casa cominciò a suonare con quell’insistenza tipica dell’emergenze, tant’è che saltai su come una molla, immaginandomi già la faccia del mio vicino alla porta con in braccio sua figlia in lacrime che mi gridava di correre via il più in fretta possibile, perchè la sua casa aveva preso fuoco e che tra poco sarebbe toccato anche alla mia. Feci per correre alla porta, convinto già della catastrofe imminente, quando J. interruppe la sua complicata analisi sul perché il centrocampo bianconero quel giorno proprio non riuscisse a fare da filtro alla difesa in emergenza (in Italia siamo tutti allenatori, ancora di più se sei un italiano all’estero) e, rivolgendosi a me, dice che molto probabilmente si tratta  dell’amico di P., stabilitosi ad Amsterdam da meno di un mese e che aveva detto si sarebbe unito per la partita. Rincuorato da quella informazione e dal fatto che la casa del mio vicino non stesse davvero bruciando (a pensarci bene, non potevo esserne davvero sicuro, ma non c’era fumo ne puzza di bruciato intorno a me quindi potevo stare tranquillo almeno per il momento), andai ad aprire la porta con il campanello che ancora non aveva smesso di suonare, nonostante la mia sagoma fosse ben più che visibile al di là del vetro opaco della porta d’ingresso. Non appena aprii mi ritrovai davanti a un classico esempio di giovane italiano che vive ad Amsterdam (lo so, sono un qualunquista e fervido sostenitore dei luoghi comuni, ma sono sicuro che la penserete come me tra un momento): capello corto con un solo Rasta che spunta dal retro della nuca (ovviamente condito di perline colorate); barba folta a partire dalle basette e a ricoprire solo la parte bassa del mento (con conseguente effetto ‘capretto di montagna’); piercing all’orecchio (di quei cocchini che andavano un sacco forse 10 anni fa tra i giovani che fumavano canne e bevevano lattine di birra tutte d’un sorso); canottiera nera, pantalone psichedelico di quelli che vedi indossare nei centri sociali o nel film della Disney Aladdin, e Dr.Martens rigorosamente di colore nero. Il tutto condito da una canna in bocca spenta (ecco, adesso ditemi se voi se non avevo ragione).

Ciao piacere G.” mi presentai. “Ciao” mi rispose senza neanche dirmi il suo nome, ed entrò in casa dirigendosi verso la cucina. “Ho fatto tardi perchè sono dovuto passare dal supermercato. Ti dispiace?” – dice mentre con una mano saluta il gruppo fuori, troppo preso dalla partita per ricambiare, e con l’altra apre i vari cassetti della cucina come se quella fosse casa sua. Io stavo dietro, stupito da quella confidenza tipica di alcune persone (io sono l’opposto, a volte mi sento in imbarazzo persino in casa mia o davanti a uno specchio); tossii per richiamare la sua attenzione e gli chiesi se stesse cercando qualcosa in particolare. “Ho preso della carne al supermercato, devo cucinarmela. Dove hai le padelle?” – mi rispose senza neanche girarsi a guardarmi in faccia e senza smettere di aprire i cassetti a caso. Io, allibito, continuai a rimanere immobile, ammutolito da come certe persone delle buone maniere proprio se ne infischiano deliberatamente. In momenti come questi, sono solo due le cose che si possono fare a mio avviso: o far finta di niente e lasciar stare; oppure far valere il proprio diritto di avere le palle girate e, in quanto proprietario di quella casa, riprendere in mano la situazione, spedendolo fuori a calci in culo. Sfortunatamente non sono una persona troppo bellicosa (almeno quando non gioco a pallanuoto) quindi decisi di optare  per la prima soluzione e di dargli una seconda possibilità – ‘in fondo è solo la prima impressione, sicuramente mi sto sbagliando’ – pensavo mentre gli passo una padella per evitare che mi mettesse sottosopra l’intera cucina. “Non ne hai una un po’ meglio zio? Questa fa abbastanza cagare.“ Ecco, io odio con tutto il cuore le persone che ti danno confidenza senza neanche sapere chi sei. E sopratutto quelli che mi chiamano zio senza alcuna ragione (ve l’ho detto, sono un qualunquista e pure un bel po’ bigotto se non è abbastanza chiaro). Decido di abbandonare  quello che sembrava un neofita delle buone maniere, per tornare a godermi un po’ della partita in compagnia dei miei amici.

Mi aprii una birra e mi rilassai un po’ grazie a una canna che girava e che mi venne passata proprio nel momento in cui la Juventus segnò l’1 a 0. La pioggia di bestemmie che cadde nel giro di 30’’ fu sufficiente a farci scomunicare per direttissima a noi e a tutte le nostre famiglie. Si rideva e si scherzava, sfottendosi com’è giusto fare in queste occasioni (a volte penso che sia questa la vera essenza del calcio per chi non lo fa: il piacere di assistere a una partita in compagnia di amici, litigando e arrivando anche alle mani se necessario, ma andandosene via sempre con il sorriso e amici più di prima). Alla buon ora ci raggiunse anche il maestro delle buone maniere che questa volta venne accolto con grandi saluti. A. (così lo avevano appena chiamato gli altri), dando un veloce sguardo al match, si espresse in una dettagliata analisi delle due formazioni: “L’inter e’ merda. La Juve è fortissima.

Notai inoltre che il ragazzo si era preparato un bell’hamburger usando molte delle mie cose prese dal mio frigo: mio era il pane tipo baguette che stava addentando, mio era il formaggio che si stava sciogliendo sopra e sotto la carne; e mia era la maionese che stava colando da quel panino, mentre lo addentava seduto di fianco a me, aiutandosi con della birra.

Tutt’un tratto, poi, A. cominciò a rivolgersi a me col fare di chi ha voglia di farsi un po’ i fatti tuoi, mettendosi a raccontare la storia della sua vita (senza che io glielo avessi domandato tra l’altro), soffermandosi su momenti e vari episodi che più o meno mi fecero capire che tipo di persona fosse: un esaltato di tipo C (dove C sta per Canne (Bigotto, di nuovo, lo so). Nel mentre continuava la sua cena parlando con la bocca piena e sputacchiando in ogni direzione. Parlare con la bocca piena è una cosa che, devo ammettere, faccio anche io troppo spesso. Ma l’avidità ed il pathos che il ragazzo ci stava mettendo nell’addentare e ingurgitare quel panino, aveva qualcosa di unico, quasi ipnotico, e non riuscivo a staccare lo sguardo da quell’immagine macabra ma onirica allo stesso tempo. Parlava e mangiava, e più parlava, più io mi perdevo nel vortice di quel pasto abusivo e improvvisato. Incominciò, infine, a chiedermi di me, della mia vita. Mi fece mille domande e la cosa, devo dire, non mi sorprese affatto. Ma non lo fece in maniera invadente, mi fece parlare, tant’è che mi dilungai in discorsi sconnessi (continuavo a bere, lo faccio sempre quando mi ritrovo a parlare di me, è come un tic, e finisco sempre per fare figure pessime) fino alla fine della partita.

La partita, appunto: si concluse con la vittoria a sorpresa dell’Inter per 2 a 1, con conseguente parapiglia nel mio giardino. C. venne insultato per più di 20 minuti, tanto che alla fine dovette ammettere che l’Inter si, aveva avuto culo. Ci bevemmo un’ultima birra, guardando il sole che scendeva oltre la siepe dei vicini, passandoci una canna di erba che rappresentava un po’ la fine del weekend. Dopo il pathos del match, ora regnava la pace, e anche i gatti dei vicini, ricominciavano a farsi vedere intorno tranquillizzati dall’assenza di urla o oggetti volanti. I ragazzi decisero tutti in coro, e con perfetto tempismo, di andarsene, non prima di aver dato una mano a ripulire. Ci mettemmo tutti insieme a sistemare e in meno di 10 minuti il giardino era di nuovo tirato a lucido. Li salutai e mi chiusi la porta alle spalle facendo un po’ a botte con la serratura difettosa che, guarda caso, quando bevevo decideva sempre di fare i capricci.

Erano le 9 di sera passate e avevo bevuto fin troppe birre per una domenica pomeriggio qualsiasi: l’unica cosa che vedevo davanti a me era il letto e una tazza di tè caldo. Non avevo neanche bisogno di mangiare dopo le mille patatine e salsine varie che ci eravamo divorati nel corso dei 90 minuti di gioco. Andai in cucina, la mia è una di quelle case in cui ogni ambiente è separato dall’altro e che si sviluppa lungo un corridoio, e solo in quel momento, davanti al bollitore, mi ricordai della presenza di un ospite che non avevo più visto dal fischio finale dell’arbitro. A ricordarmi di lui erano le padelle e i piatti nel lavandino (come si fa poi a usare due padelle e tre piatti per cucinarsi un pezzo di carne me lo spiegate voi) che portavano ancora i segni di quel pasto scroccato. Rimasi un attimo fermo, immobile, incapace di decidere sul da farsi. ancora una volta le opzioni erano due: correre fuori a cercare quel bastardo che non si era preso la briga neanche per un attimo di comportarsi in maniera civile in casa mia e fargliela pagare con gli interessi, oppure calmarsi (perchè, dopotutto, la prima idea era una cagata), lavare i piatti, e accettare lo stato delle cose.

Bisogna pure saper perdere delle volte.

Continuando a fissare quei piatti sporchi, aprii l’acqua calda, e mentre aspettavo che scendesse, mi misi a ridere, pensando a quell’imbecille che aveva deliberatamente lasciato li, a mo’ di sfregio, i resti del suo pasto, quasi volesse dirmi: “Tieni, mi fai schifo, pulisciti pure la tua merda che io non ho tempo da perdere. Non ho neanche il tempo e la voglia di salutarti.”

La verità è che ci sono persone – vai a capire – che hanno la capacità di prenderti e girarti come vogliono loro, fingendo di essere quello che non sono, solo per il loro personale interesse. E tu non ci capisci più niente, le dinamiche vanno a farsi benedire, e pure il buon senso. Ma forse sto esagerando ed estremizzando un po’ il concetto. Sono pesante a volte. Alla fine di tutte queste parole che cosa rimane? Niente. Quello che rimane è la realtà: dei piatti sporchi da lavare, io ubriaco e appena appena in grado di tenere gli occhi aperti, e un pezzo di merda in più al mondo. Alla fine, ripensandoci, non mi era andata poi così male.

G.

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Paul Steinberg, Self portrait 

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