Everyday Life

Lo Yoga e l’arte di soffrire

07/08/2016

Amsterdam

L’altro giorno mi è successa una cosa che mi ha fatto capire un po’ più di me stesso, di come sono fatto. Avevo deciso di starmene a casa da lavoro. Ero nel bel mezzo di una settimana molto stressante in ufficio e necessitavo di una pausa. Mercoledì avevo già lavorato più di 30 ore e vedendo la mia agenda stranamente libera per il giorno successivo, decisi di fingermi malato e di prendermi una giornata tutta per me. È una cosa che faccio due o tre volte all’anno, dopo momenti di stress: chiamo in ufficio e dico che un mal di testa allucinante mi ha tenuto sveglio tutta la notte e che quindi devo riposare. Moralmente e’ una cosa che mi fa sentire un po’ in colpa, ma la sensazione dura massimo quei 5 minuti necessari a ricordarmi come la gran parte dei miei colleghi faccia la stessa cosa almeno una volta ogni due mesi. Di solito, in queste giornate, dopo aver fatto la mia chiamata, me ne torno a letto per rimanerci almeno fino alle 2 del pomeriggio. Poi mi ubriaco giocando al computer arrivando all’ora di cena, momento in cui mi concedo l’unico pasto della giornata, spesso qualcosa di precotto, per poi morire a letto, sopraffatto dai sensi di colpa per la giornata buttata e dalla troppa birra in corpo. Ma l’altro giorno avevo deciso di provare a fare qualcosa di diverso, che magari mi aiutasse a ricaricare un po’ le batterie del mio corpo, oramai totalmente scariche.

Da circa un mese avevamo a disposizione a lavoro un mental coach che come funzione principale aveva quella di ascoltare i lamenti e le frustrazioni della gente e di dare consigli, su come uscire da quella merda. Ho visto un sacco di colleghi uscire da quel suo ripostiglio, nascosto in un angolo buio del terzo piano con gli occhi lucidi, io compreso.

A me aveva proposto di provare con lo Yoga. ‘Hai bisogno di rilassarti, di trovare del tempo per te stesso e provare a rallentare un po’ il ritmo. C’e troppa rabbia in te.’ Mi aveva detto la settimana prima dopo che per due ore gli avevo praticamente urlato in faccia tutto il mio odio e disprezzo per alcuni colleghi. Proprio quel giorno, tornando a casa la sera, trovai nella cassetta rossa della posta uno di quei volantini pubblicitari che reclamizzava una super offerta per una scuola di yoga che, casualmente, si trovava proprio dietro casa. Lo presi come un segno del destino, e che magari avrei dovuto davvero provarci con lo yoga. Così mi ripromisi di andare a darci un’occhiata non appena avessi avuto un’occasione buona.

E l’occasione giusta si presentò proprio l’altro giorno. Spinto da non so quale forza di volontà, invece di rimanere a letto fino al primo pomeriggio, mi alzai di buona leva e dopo una colazione abbondante a base di uova e bacon, consultai il sito dello Yoga center di Amsterdam Oud-Zuid per vedere se c’erano classi quella mattina. Ne trovai una che si sarebbe tenuta in meno di 30 minuti. Così mi cambiai e uscii di casa in direzione della scuola.

Lo yoga center di Amsterdam Oud-Zuid si trovava in una vecchia scuola del 1906 in una via poco lontana da casa, nascosta da nuovi e moderni edifici che ancora di più accentuavano il contrasto con quell’architettura oramai obsoleta ma ancora imponente. Al suo interno quasi tutto era rimasto intatto, se non per pochi dettagli che facevano capire che quella, oramai, non era più una scuola convenzionale. Dei cuscini messi in un angolo su di un tappeto persiano, ornavano l’ingresso principale, che si affacciava su di una scalinata che portava verso la reception dello yoga center. Un profumo di incenso dolciastro mi inondò non appena misi piede dentro quelle mura. Salì al primo piano dove una ragazza di circa vent’anni, capelli lunghi e biondi, mi accolse con un gran sorriso e due occhi rossi e gonfi che mi diedero l’impressione si fosse appena fumata il mondo intero. Probabilmente lo aveva davvero fatto perché ci mise un po’ a capire che cosa volessi e quando capì che ero lì soltanto perché avevo saputo della promozione, cominciò a trattarmi con sufficienza. ‘Povero scroccone spilorcio’, sembrava dirmi con quei suoi occhi blu che a fatica provavano a rimanere aperti. Pagai la mia quota e mi feci indicare la sala dove si sarebbe tenuta la lezione. ‘La stanza del sole è l’ultima sulla destra. Devi andare di là’, disse, enfatizzando la direzione con tutte e due le braccia. Oltre che spilorcio, doveva considerarmi anche un deficiente molto probabilmente. Prima di congedarmi mi diede una piccola spilla: ‘Prendila e portala con te, l’insegnate le raccoglierà prima di iniziare la lezione’ mi disse. Ne presi una a caso dal un piccolo cestino di vimini che stava sul bancone della reception: c’era scritto ‘love yourself’. A stento trattenni la risata e senza neanche salutare la ragazza mi diressi lungo il corridoio. L’odore d’incenso sembrava aumentare passo dopo passo mentre raggiungevo la ‘Stanza del sole’. Dovetti togliere le infradito e rimanere a piedi nudi per entrare in quella che una volta doveva essere la piccola palestra della scuola. Al suo interno solo una piccola credenza con riposte varie pietre di diverse dimensioni e colori. Sembrava una piccola collezione di minerali come ce ne sono in tutte le scuole del mondo. Insieme ad esse qualche candela accesa e una decina di incensi fumanti. Le grandi finestre, che ricoprivano due lati della palestra, erano completamente aperte, ma questo non faceva di certo diminuire l’odore intenso e dolciastro. Per un momento mi sembrò di stare in un negozio di ‘Abercrombie & Fitch’. Un mobile di fianco all’ingresso conteneva un sacco di materassini di gomma grigi e altri ‘attrezzi’ che non mi sarei mai aspettato di trovare in una lezione di yoga: blocchi di sughero e cinture elastiche su tutto.

C’erano già una mezza dozzina di persone dentro, 5 donne e un uomo palesemente gay: un paio erano intenti a fare stretching cercando di allungare le gambe da posizione eretta, mentre una ragazza che sarà stata un metro e mezzo per almeno 80 chili, stava sdraiata con gambe e braccia tirate su verso il cielo. Sembrava un opossum che finge di esser morto per sfuggire alla sua preda. Ma quella che più attirò la mia attenzione non appena misi piede dentro quella stanza, fu una donna sulla cinquantina che stava in equilibrio sulla testa con le gambe incrociate. Credetti di essere al circo per un momento, e l’istinto di andarmene prese quasi il sopravvento.

Fui riportato alla realtà dall’insegnate che entrò subito dopo di me e che, notando forse la mia faccia allibita, mi venne incontro. Dopo aver accertato che fosse la mia prima lezione, prese un paio di quegli attrezzi dal mobile e mi condusse ad un materassino vicino a lei. ‘Namastè’ iniziò sedendosi con le gambe incrociate e le mani giunte al petto.

Oggi faremo una lezione di yin yoga, che consiste nel tenere pose per un tempo relativamente lungo mentre sci si concentra sulla respirazione, lasciando che sia la gravità a fare il lavoro sporco.’ disse sorridendo. Io ascoltavo cercando di non farmi assalire da innumerevoli preconcetti che avevo riguardo lo yoga o altre forme di meditazione. Non ci avevo mai creduto e avevo quasi sempre rifiutato di prendere parte a questo tipo di cose, anche quando, con la pallanuoto, avevamo avuto per un periodo una sorta di mental coach che ci faceva fare cose tipo meditazione. Tutte cazzate per me a quel tempo, ma ora mi ritrovavo a fare yoga circondato da probabili fanatici della materia solo perché un mental coach me lo aveva consigliato a lavoro.
L’insegnante, una messicana sulla trentina, mora e con il fisico un po’ flaccido, mise su una musica tipo ‘Buddha bar’ e incominciò la sua lezione. ‘Come prima cosa inizieremo meditando un po’: mettiamoci sdraiati, coi palmi delle mani rivolti verso l’alto e le gambe distese e rilassate. Cominciamo a prendere coscienza del nostro corpo e del nostro respiro.’ Mi è capitato molte volte, da quando sto all’estero, di partecipare a delle lezioni di gruppo dove c’è da seguire le istruzioni di un insegnante che sta danti a te e che come te fa gli stessi movimenti. C’è solo da guardare e imitare. Più semplice di così non si può. Ma io ogni volta mi perdo a guardarmi intorno, per imitare quello che fanno gli altri, piuttosto che seguire quello che fa l’insegnante. La maggior parte delle volte corrisponde, ma sembra che debba dare più importanza a quelli intorno a me piuttosto che al punto di riferimento.

Dopo un tempo quasi infinito, steso, con i palmi delle mani rivolti contro natura verso l’alto, K., l’insegnante, ci fa mettere seduti a gambe incrociate, e, dopo esser stati così per un altro paio di minuti, mi ritrovo a seguire i suoi movimenti, che mi portano a essere steso con il culo per aria e le gambe tirate su verso il soffitto. Le mie braccia, a supportare il mio bacino a stare staccato da terra, non aiutano le gambe a stare su dritte, per cui dopo una trentina di secondi comincio a tremare come una foglia e a stento trattengo il respiro affannoso. Comincio a chiedermi perchè sia finito lì, e perchè abbia già pagato i 50 Euro per quella che sarà la prima e ultima lezione di yoga della mia vita. Ma non faccio in tempo a darmi una risposta che mi ritrovo stavolta sempre steso, ma con il culo verso il soffitto e i piedi a toccare il pavimento sopra la mia testa. Neanche io riesco a credere di essere in quella posizione.

Respiro a fatica, affanno, ma sento la mia schiena sciogliersi e allungarsi com’era tempo che non faceva. Provo a guardarmi intorno ma con le ginocchia praticamente di fianco alla mia faccia mi è impossibile vedere qualsiasi cosa. Mi sforzo di chiudere gli occhi e rilassarmi un po’, ma non appena comincio a sentire qualcosa di paragonabile alla pace dei sensi, K. ci riporta alla realtà facendoci di nuovo sedere a gambe incrociate. Questa volta i minuti che passiamo seduti così, con le mani giunte al petto e gli occhi chiusi, sono almeno cinque, tempo necessario per far addormentare praticamente entrambe le mie gambe. Provo a muovere un po’ le dita dei piedi per allontanare il formicolio ed evitare un crampo ma la sinistra è già nel mondo dei sogni. Non mi è mai piaciuto stare seduto a gambe incrociate, non l’ho mai trovato comodo.

K. ci esorta a respirare inalando con il naso e a buttare fuori l’aria dalla bocca emettendo un suono simile a un ‘oooommm’, o qualcosa del genere. Ogni volta che mi ritrovo a pensare al fatto che respiro o che devo respirare, nella mia testa parte qualcosa che mi manda in paranoia e mi fa andare in apnea. Il solo fatto di pensare a respirare mi crea ansia e anche mentre K. ci diceva di fare ‘oooommm’, io l’unica cosa che riuscivo a fare era ‘aahhah’, e buttare fuori l’aria più in fretta che potevo, sentendomi sempre più a corto di ossigeno. Per fortuna cambiammo posizione ma non fu di certo per il meglio: dopo una descrizione molto vaga e un processo molto lungo mi ritrovai praticamente a fare il ‘ponte’, con le mani e i piedi per terra, e il pisello verso l’alto, cercando di inarcare il più possibile la schiena. Stetti in apnea per almeno un paio di minuti, sudando come un pazzo e tremando come un vecchio con l’Alzheimer. Dopo attimi di pura sofferenza mi gettai a terra, sfinito, cercando di capire perchè mi stessi facendo tutto quel male fisico e psicologico. Ma ancora una volta non ebbi tempo di darmi una risposta che K. ci ordinò di stenderci per terra con i palmi delle mani, di nuovo, rivolti verso l’alto.

Chiudete gli occhi e provate ad abbandonarvi, a lasciarvi andare.’ ci ripeteva K.
mentre girava tra di noi, osservandoci. Arrivò da me e si mise dietro la mia testa, e con le mani cominciò a premere le spalle verso il pavimento, cercando di forzare una posizione che per me, da pezzo di legno qual ero, mi risultava impossibile. ‘Rilassati’ mi ripeteva con un sorriso tirato, mentre premeva sempre più forte le mie spalle verso il basso. Dopo un po’ non vedendo risultati, decise di rinunciare e di tornare a sedersi sul suo materassino.

Con calma, prendete di nuovo coscienza del vostro corpo e mettetevi seduti a gambe incrociate.’ Io che lo stato di coscienza non l’avevo mai minimamente lasciato e che ancora stavo soffrendo per il ponte, seguii gli altri, nel loro lento ritornare allo stato di veglia. Portammo le mani al petto e insieme ci alzammo aprendo gli occhi. ‘Namaste’ disse K. non appena fummo in piedi. Per un attimo rimasi lì fermo a guardarmi intorno mentre gli altri riponevano i materassini e liberavano la ‘stanza del sole‘ per la lezione successiva. Le finestre erano ancora aperte e il rumore di bambini che giocavano a palla nel giardino era forte e chiaro, ma non me ne ero accorto durante quell’ora e mezza passata e soffrire in posizioni imbarazzanti. In quel momento notai anche il forte profumo di incenso che sembrava essere sparito fino ad allora. Mi girai verso la credenza e notai che gli incensi stavano ancora bruciando quasi tutti. E allora pensai, per un momento, che forse quello yoga davvero un po’, funzionava. Forse si, non era una passeggiata, ma almeno mi faceva concentrare su me stesso, sul mio corpo, e non su tutto quello che mi circondava. Poco importava se era dolore, agonia o sofferenza, l’importante era che arrivasse esclusivamente da me.

Tornai a casa, e dopo una doccia bollente mi sentii più sciolto e rilassato che mai. ‘Forse non ho proprio buttato via quei 50 euro’ – pensai mentre andavo a fare la spesa – ‘a volte, bisogna solo avere la pazienza di soffrire un po’ se si vuole stare bene.

G.

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