Racconti

Stellina chiamata in corso

Londra

19/07/2013

Era una giornata di novembre, e a C. cominciava a fare abbastanza freddo. Non ricordo di preciso che giorno fosse, ma nei pressi della stazione C.B., gli aceri avevano già cominciato a farsi spogli. Pioveva. Quella pioggia fine, quasi impercettibile; come quando, all’autolavaggio, vieni inondato da una nuvola di acqua nebulizzata. Non senti le gocce, ma ne esci bagnato. Non dava fastidio di per sé, ma con il vento di C., si.

Mi trovavo in una stanza spoglia e annoiata, dell’immobiliare “2emme” di via Garibaldi. Una scrivania, un manifesto pubblicitario della stessa agenzia, un appendiabiti di plastica, tre pareti color crema, una color menta, la tizia dell’agenzia in tailleur blu scuro, il proprietario dell’appartamento in via B. numero 2 interno 13, io e il mio ‘di lì a poco’ coinquilino N.

N. l’affitto se l’era fatto fare a suo nome, io no. Mia madre aveva preferito venire lei di persona a firmare il contratto di due anni a 850 euro al mese, spese escluse. Doveva venire suo cugino, l’esperto di conti di famiglia, ma all’ultimo era stato male e aveva dovuto rinunciare. Salì invece con P., l’amica del momento. In quel periodo i miei avevano cominciato a frequentare questa coppia di loro coetanei, sembravano dei tipi a posto e alquanto simpatici. Lui medico e amante del golf, lei shop designer e con i capelli alla Cruella de Vil’. Mi stava simpatica, e mi piaceva vedere mia madre finalmente svagarsi un po’ con le sue amiche. Prima non lo faceva mai. 

Però erano anche le 16:00 e P. e mia mamma erano in ritardo di più di mezz’ora. L’accordo era di trovarsi un po’ prima della riapertura dell’immobiliare, anche perchè se no dopo, il Signor F., l’affittuario, matematico in pensione e palazzinaro in piena attività, aveva da fare.

Provavo, inutilmente, a contattare al cellulare mia madre da più di 20 minuti. ‘Veniamo in treno’, mi aveva detto, ‘Almeno arriviamo lì vicini.’  La tratta T. – C., in treno, però non è una cosa così scontata. Per fare circa 75 km ci possono volere anche più di tre ore. Il mio record è di 2 ore e 17 minuti. Ma gli imprevisti tra Trenitalia, e trasporti pubblici vari, potevano far dilatare anche di tanto il tempo di viaggio. Quello era una di quei giorni.

Mia madre aveva il telefono spento. E io, naturalmente, non avevo il numero dell’amica. Ero in imbarazzo e non riuscivo a fare altro che scusarmi. Il signor F. borbottava, e chiamò sua moglie. ‘Và che faccio tardi nè! Te ciamo quando ho fatto. Si si, ciao nè.’                                     Proprio in quel momento, il telefono tra le mie mani, cominciò a squillare, facendomelo quasi cadere a terra.

Guardai il display e rimasi pietrificato.

‘Stellina chiamata in corso’.

Chiusi gli occhi. Gli riaprii.

‘Stellina chiamata in corso’.

E’ lei? chiese N. La sua voce sembrava arrivare dal lato opposto di un salone da ballo.

‘Stellina chiamata in corso’.

‘Non risponde?’ chiese il signor F.

Ero immobile con lo sguardo fisso sul display.

‘Stellina chiamata in corso’.

Una vampata di calore mi travolse viso e camicia fresca di bucato. ‘Stellina’. Credetti di avere le allucinazioni. C’era tanto cloro quella mattina in vasca e a lezione prima di pranzo avevamo avuto fotografia, quindi i miei occhi potevano essere stanchi. Ma ‘Stellina chiamata in corso’ era sempre li. Non sentivo neanche la suoneria, ma sicuramente gli altri si, perchè quasi simultaneamente mi spronarono a rispondere.

‘Stellina chiamata in corso’.

Il telefono continuava a vibrare e squillare tra le mie mani completamente fradice. Passarono almeno 30 secondi prima che mi decisi di fare l’unica cosa possibile. E allora risposi.

‘Pronto?’

‘Ciao gioia sono la mamma.’ Pausa.

‘Ti sto chiamando dal telefono di P. perchè il mio si è scaricato mentre salivamo. Siamo arrivate adesso alla stazione C.B. E’ quella giusta?’ Pausa.

‘Si.’

‘Bene, meno male.’ Pausa ‘Allora ti aspettiamo qui che non sappiamo come muoverci. Mi dispiace se siamo arrivate solo ora, ma c’è stato ritardo col primo treno e abbiamo perso la coincidenza.’ Pausa lunga.

‘Non ti preoccupare. Arrivo, state lì.’

Mi girai verso N., penso pallido come un cadavere, perchè strabuzzò gli occhi e mi chiese se stavo bene.

‘E’ arrivata mia madre. Vado a prenderla.’

‘Bene, ti aspettiamo allora.’

‘Bene, a dopo. E scusate ancora per il ritardo.’

Presi il giubbotto e corsi fuori.

Dall’età di 14 anni sono a conoscenza dei vari tradimenti, durati anni, di mio padre. Ero l’unico a saperlo e sin da subito avevo deciso di non condividerlo con nessuno, di modo da ‘salvare’ la mia famiglia. Però, avevo anche deciso che avrei preso costantemente nota di questa doppia vita di mio padre. Così, quando la sera tornavo a casa tardi dagli allenamenti, e tutti dormivano, io accendevo il cellulare di mio padre e mi facevo male da solo andandomi a leggere tutti i messaggi della giornata, inviati e ricevuti, salvandomi sul cellulare i numeri di telefono di quelle persone. Usavo lo stesso nome col quale lui le aveva salvate, di modo da non confondermi. Erano passati almeno 5 anni e ancora, ogni tanto, lo facevo.

Mi ritrovai in stazione C.B. Mia mamma e P. erano lì davanti a me. ‘Ciao G.! Scusa ancora per il ritardo ma davvero non è colpa nostra, i treni fanno schifo, lo sai. E’ lontano il posto?’  Pausa.

‘Non ti preoccupare, è qui dietro l’angolo praticamente.’

‘Bene dai. Contento?’ Pausa.

‘Molto. Andiamo che siamo un pò in ritardo. Ci vogliono 5 minuti. Scusate se vi faccio fare

di corsa ma rompono là dentro.’

‘Non ti preoccupare.’

‘Visto che ce l’abbiamo fatta C.! Come ti senti F.?’ Pausa.

‘Oggi è un gran giorno. La tua prima casa! Emozionato?’ Pausa.

‘Chissà quante feste farete. Ti invidio sai?!’ Pausa lunga.

Ci incamminammo e in fretta raggiungemmo l’immobiliare ‘2emme’. Aveva iniziato a piovere forte e il vento soffiava di traverso rendendo inutile ogni tentativo di ripararsi sotto l’ombrello. Io mi sentivo ancora madido di sudore e uno strano formicolio tra le mani mi faceva immaginare che da lì a poco sarei svenuto. Il cuore andava mille e non seguivo più neanche una parola di quello che mia madre e P. si stavano dicendo. Era la prima volta che vedevo in faccia una di quelle donne. Le avevo immaginate, ma mai viste. Aprii la porta facendole entrare per prime. In fondo alla stanza scorsi N. che mi guardava con quell’occhio di chi non ce la fa più ad aspettare.

‘Di là, ci stanno aspettando.’ Ma non mi stavano ascoltando, erano troppo immerse nelle loro ‘tipiche’ conversazioni fitte fitte. Mi guardarono entrambe come perse dentro a quell’agenzia fatta di due stanze. ‘Seguitemi’, e andai, riuscendo solo per un momento a riconnettere col mondo intorno a me e ascoltare quello che si stavano dicendo.

‘Sai che pensavo tra l’altro C.?’ Pausa. ‘Che ogni volta che vedo tuo figlio sembra sempre più assomigliare a suo padre!’

Dopo, non ricordo più niente.

G.

                   Schermata 2016-07-19 alle 23.18.55

Illustration by Tom Haugomat

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