Racconti

La racchetta

Amsterdam

06/02/2017

Capisco, capisco – ripeteva Filippo, fissando la chioma tenuta a bada da abbondante gel che gli stava di fronte. In realtà non stava capendo, anzi, non stava proprio ascoltando. Da quando aveva messo piede dentro l’ufficio del suo capo, Filippo non aveva fatto altro che pensare a quel giorno lontano in cui aveva spaccato in due la faccia di suo fratello con una racchetta da tennis.

Era estate, e come ogni anno si trovavano in montagna a casa della nonna, sopra il lago Maggiore, in un paesino arroccato di appena 50 anime. Era una giornata calda, torbida, di quelle con il cielo terso e neanche un alito di vento ad accompagnarti. In giornate come quelle bisognava solo stare in casa, o con i piedi a mollo in un bel ruscello fresco. A Filippo in giornate come queste, se gli era concesso, piaceva andare fino in fondo alla strada, dove c’era un lavatoio di pietra sotto un pergolato di legno e viti. Filippo si portava dietro suo fratello e qualche fumetto, e lì passava praticamente tutto il giorno con le gambe a penzoloni dentro quell’enorme vasca di granito. La sera, quando tornava a casa per cena, non riusciva a mettersi su le scarpe da quanto gonfi e pregni d’acqua erano i suoi piedi.

Quel giorno, però, nonostante il caldo torrido, la madre aveva programmato una piccola gita fuori porta, con tanto di picnic. Si erano svegliati presto e ognuno aveva preparato i propri panini. Filippo a quel tempo aveva all’incirca 8 anni, e già si sentiva un ometto, così, ogni volta che poteva cercava di aiutare il fratello di 3 anni più piccolo. Gli impacchettò i panini nella carta stagnola, segnandoli con un pennarello rosso di modo da non confonderli con i suoi che avevano il formaggio. Lo aveva visto fare alla madre di un suo amico poco prima di partire per la montagna e gli era sembrata una buona idea, invece che star a perdere tempo a scambiarsi i panini.

Partirono in ritardo, quando il sole già batteva quasi perpendicolare sulle loro teste. Sia Filippo che il fratello si caricarono lo zaino con i loro giocattoli più importanti del momento. Il più piccolo prese con sé un paio di Power Rangers e un Tirannosaurus Rex, mentre Filippo si portò dietro la racchetta da tennis del padre. In quel periodo Filippo stava scoprendo una passione insolita per quello sport e ogni volta che lo davano in televisione, si attaccava allo schermo e non si muoveva più di lì fino a partita conclusa. Il suo preferito era Pete Sampras, che era anche il numero uno di quel periodo e Filippo lo adorava perché aveva la stessa racchetta del padre, oppure viceversa, non si ricordava bene. Così, dopo diverse pressioni e ripetute richieste, era riuscito a farsi dare una delle due racchette dal padre, di modo da esercitarsi durante l’estate contro il muro della loro villetta a schiera. Da quel momento non se ne era più separato, e anche quel giorno, mentre imboccavano un sentiero in salita che li portava dentro il bosco, Filippo teneva in mano quell’attrezzo, ondeggiandolo davanti a sé e simulando il dritto del suo campione preferito.

Camminarono per un bel po’, e nonostante un breve tratto all’ombra, il sentiero scelto dalla madre era tutto esposto al sole. Sudavano molto, ma per fortuna capitava spesso di incontrare piccoli torrenti, forniti di fontanella dalla quale rinfrescarsi con l’acqua più pura e limpida che Filippo avesse mai visto in vita sua. Si bagnavano i capelli e tenevano i polsi per un po’ sotto l’acqua corrente, come gli aveva insegnato la nonna l’estate precedente. Poi ripartivano, continuando lungo quel sentiero che li stava portando sempre più in alta quota. Alberto, il più piccolo, passata circa un’ora e mezza dalla loro uscita, cominciò a dare i primi segni di cedimento. Voleva fermarsi a giocare e la tattica che sembrava aver adottato era quella di continuare a lamentarsi senza soluzione di continuità. Di conseguenza la madre era costretta a dare tutte le attenzioni al fratello, lasciando Filippo un po’ da parte. Non che questo gli pesasse, anzi, questo lo faceva sentire ancora di più grande, adulto. Nonostante non sapesse la strada, cercava di stare sempre qualche passo davanti alla madre, girandosi verso di lei solo davanti a dei bivi. L’unica cosa che un po’ lo infastidiva era il fatto che suo fratello ultimamente fosse al centro delle attenzioni dei due genitori. In parole povere Filippo era in qualche modo geloso del fratello al quale però voleva anche tanto bene. Forse aveva solo bisogno di un po’ più di attenzione, che sua madre e suo padre notassero quanto lui stesse crescendo. Ma per quello che ne possiamo sapere Filippo non aveva mai pensato di essere geloso del fratello, non allora. A 8 anni non chiamava ancora così quel sentimento.

Alla terza richiesta di fermarsi del più giovane, per fortuna della madre, giunsero in una piccolo avvallamento, con un paio grandi ciliegi nel mezzo che facevano un po’ d’ombra. Decise di riposarsi sotto quegli alberi carichi di frutti maturi mentre consumavano il loro pranzo al sacco. Tirarono fuori la tovaglia, di cerata con sopra una stampa di New York, e la sistemarono per bene mettendo delle grosse pietre su ogni lato per non farla muovere.

A Filippo piaceva un sacco mangiare, e ogni volta aveva un appetito tale da letteralmente divorare ogni cosa si ritrovasse nel piatto. Per scherzare sua nonna diceva sempre che a fine pasto il suo piatto non lo doveva neanche lavare da quanto lo aveva ripulito. Anche quel giorno divorò in un baleno la sua razione e, ancora affamato, cominciò a raccogliere le tante ciliegie che si trovavano intorno a loro. Erano mature e belle carnose, di quel colore rubino intenso, che quando le mordi la polpa tenera ti sprigiona in bocca un succo che sa di estate. Filippo ne raccolse un po’ e ci si buttò sopra mangiandole alla sua maniera. Aveva da sempre paura che il seme della ciliegia gli si incastrasse in gola finendo per soffocarlo, così le addentava a poco a poco girando intorno al nocciolo che in questo modo rimaneva attaccato al rametto e lontano dalla sua gola.

Finito il pasto, e visto che il fratello sembrava aver esaurito le proprie batterie, si misero in cammino per tornare verso casa. Dopo pochi minuti Filippo cominciò ad accusare delle forti fitte all’addome che andavano e venivano sempre più frequentemente con il passare dei minuti. Aveva mangiato troppe ciliegie, ne era sicuro. Da bravo boy scout qual era se ne stette zitto, cercando di non far vedere quanto stava soffrendo. Nonostante il sole picchiasse verticale sopra la sua testa, aveva i brividi ma continuava a sudare dalla fronte e dalle mani. Anche la racchetta gli scivolò in un paio di occasioni, rischiando di finire in un torrente. Filippo in quel momento voleva solo arrivare a casa il più in fretta possibile per correre in bagno a liberarsi. Non gli piaceva farla all’aria aperta, l’aveva fatto solo una volta e si era sporcato tutto facendo arrabbiare sua madre.

Quasi correva mentre superavano un sentiero che tagliava un campo verde dal quale spuntava qualche dente di leone ancora in fioritura. Tutt’a un tratto Filippo li notò con la coda dell’occhio, e di colpo fermò la sua corsa disperata, e si mise ad ammirare quel bellissimo prato verde smeraldo che sembrava essere pieno di piccole palle da golf. A Filippo piacevano un sacco quei fiori, li trovava magici e divertenti allo stesso tempo. Gli chiamava ‘Soffioni’ e si divertiva col fratello a spararseli in faccia fino a che uno dei due non alzava bandiera bianca per raggiunta cecità temporanea. Per un istante, preso da quel ricordo, Filippo sembrò dimenticarsi del mal di pancia che così tanto lo stava tormentando fino a un momento prima, e si lanciò nel prato alla caccia di qualche ‘Soffione’ da esplodere contro il fratello, il quale lo seguì a ruota, lasciando la madre sola per un momento a riposare. Si corsero dietro per un po’ facendosi qualche sgambetto e tirandosi qualche spintone, come erano soliti fare ogni volta che si mettevano a giocare, e riuscendo anche a soffiarsi in faccia qualche fiore. Ad un tratto Alberto, per un momento libero dalla morsa del fratello, ne notò uno dalle dimensioni spropositate  che spuntava alto sopra un gruppetto di altri due o tre poco lontano dai lui. In un attimo si alzò e cominciò a correre in direzione del fiore. Filippo non appena capì che cosa il fratello avesse in mente, si mise a scattare come un centometrista per raggiungerlo. Il piccolo arrivò comunque prima e riuscì a catturare il ‘Soffione’ con la mano destra, lanciandosi in avanti come per far meta. Si stava per girare sapendo già di trovare Filippo alla distanza perfetta per colpirlo con quell’enorme massa bianca, ma, invece di trovare il volto del fratello, l’unica cosa che riuscì a vedere per una frazione di secondo mentre si girava,  fu una racchetta nera di 500g colpirlo con estrema forza in pieno volto.

Filippo, vedendosi sconfitto dal fratello minore e in preda ad un mix di dolore ed eccitamento, aveva scagliato la racchetta del padre con tutta forza contro non la mano del fratello, ma bensì il volto, andando a colpirlo proprio in mezzo agli occhi, tagliandolo profondamente. In un attimo fu il caos: il fratello cominciò a strillare e a correre per il campo coprendosi il volto con entrambe le mani. La madre riuscì a raggiungerlo e a sollevarlo di peso per guardare che cosa fosse successo. Filippo aveva colpito il fratello con il telaio della racchetta proprio sopra il naso e tra i due occhi. Lo aveva colpito di taglio quindi la ferita era molto profonda: si vedeva l’osso del naso sotto la carne viva dalla quale usciva sangue rosso rubino. Alberto piangeva e quasi stava collassando dal dolore. La madre oltre a essere preoccupata per il taglio profondo, temeva anche qualche trauma cranico serio visto che era riuscita a sentire nettamente la botta da più di 10 metri di distanza. D’istinto se lo caricò in braccio e mentre con un fazzoletto copriva la ferita, cominciò a correre verso casa. Non erano distanti, saranno mancati massimo 15 minuti, ma in quel momento la madre credeva di avere i secondi contati e quasi si dimenticò di Filippo, il quale, dopo aver colpito il fratello, era rimasto immobile per tutto quel lasso di tempo. Raggiunsero una fontanella e si fermarono a pulire il viso tumefatto del piccolo che quasi esanime continuava a piangere piangeva a dirotto. Si poteva percepire la sofferenza, il male che stava provando Alberto in quel momento. Mentre la madre puliva la ferita, Filippo guardò quello che aveva appena fatto al fratello. Vedeva l’osso bianco spuntare tra le due sopracciglia, e del sangue quasi nero mischiarsi con l’acqua limpida della sorgente ed entrare nell’orecchio sinistro del fratello, che per cinque minuti rimase con il volto sotto l’acqua corrente. Allora in quel momento Filippo si rese conto di quello che aveva fatto. Si rese conto che per la prima volta nella sua vita aveva fatto del male a qualcuno coscientemente. E nonostante quella visione di dolore e violenza che aveva davanti ai suoi occhi, non si sentiva in colpa per quello che aveva fatto, anzi Filippo non sentiva proprio niente. Era cosciente di quello che aveva fatto ma non riusciva a provare alcun sentimento.

Di quella giornata Filippo non ricorda molto altro, solo che alla fine riuscirono a raggiungere casa e che la madre portò il fratello di corsa all’ospedale di Verbania per farlo curare. Ancora adesso Alberto porta il segno di quel giorno. Quando rientrarono in tarda serata Filippo ricorda che la madre lo chiuse in camera e, dopo aver spento la luce, gliele suonò di santa ragione fino a quando non caddero entrambi sfiniti sul letto.

A questo stava pensando Filippo mentre ancora con lo sguardo fisso sulla chioma ingellata del capo annuiva a casaccio.

Ha capito? Forse è meglio chiudere la riunione qui per oggi, che ne dice?

Solo allora Filippo tornò alla realtà, rendendosi conto per la prima volta del fatto che non aveva ascoltato una sola parola durante quell’ora e mezza di riunione. L’unica cosa a cui riusciva pensare era il volto tumefatto del fratello che in quel momento si fondeva con quello del suo capo davanti a lui.

Si prese un momento, e senza neanche congedarsi dal capo uscì dall’ufficio a prendersi una boccata d’aria fresca. Si guardò un po’ intorno e solo allora capì che cosa doveva fare. Davanti a lui, al di là dello stradone semi deserto, c’era un enorme centro commerciale con molte insegne luminose delle catene di abbigliamento, sport e casalinghi più famose. Tra le tante Filippo si fermò a guardare quella della Decathlon. I suoi occhi, di colpo, si illuminarono. Rimase un po’ lì in silenzio, poi infine, ridendo, cominciò a camminare in direzione del centro commerciale, senza curarsi delle auto che gli sfrecciavano affianco, e senza mai staccare lo sguardo da quell’insegna luminosa.

G.

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 Gussie Moran, Photo by Harold Edgerton (1949)

 

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Breve storia di una poltrona

 

Amsterdam

13/01/2017

Federico aveva acquistato la sua poltrona Frau Vanity Fair rossa il 12 Novembre del 1984 e da quel momento non l’aveva mai più abbandonata. Se l’era portata dietro con sé sempre, ovunque. L’aveva comprata con il suo primo stipendio da architetto che si era guadagnato appena finita l’università. L’aveva regalata al padre che gli aveva pagato gli studi con anni di sacrifici e doppi turni alla raffineria ENI di Sannazzaro de’ Burgundi. Quando prenderò il mio primo stipendio ti prenderò un bel regalo, quello che vuoi papà – gli aveva detto il primo giorno di università – che cosa vorresti? – Suo padre era sempre stato un gran lavoratore, e la cosa che ripeteva quando qualcuno gli chiedeva cosa avrebbe fatto una volta in pensione, lui rispondeva sempre con la stessa frase: – me ne starò seduto a leggere libri tutto il giorno – Così quando Federico gli fece quella domanda, lui aveva risposto – una bella poltrona – ridendo sotto quei baffi oramai grigi che portava da più di 30 anni.

E naturalmente Federico aveva mantenuto la sua promessa: una volta terminati gli studi di architettura al Politecnico, aveva subito trovato lavoro in uno dei più importanti studi di Milano, e all’arrivo del suo primo stipendio, corse al negozio d’arredamento che c’era in via Tortona e si mise a girare come un pazzo in quell’enorme magazzino, alla ricerca di una poltrona adatta al padre.

Si era innamorato subito di quella poltrona, se la ricordava dagli studi del triennio: “la ‘Vanity Fair’  era la replica del famoso modello 904 del catalogo Poltrona Frau del 1930, divenuto archetipo per eccellenza della poltrona moderna e conosciuto in tutto il mondo per la tipica forma bombata e la lunga fila di chiodini rivestiti in pelle che rifiniscono schienale e braccioli. L’imbottitura utilizza sia crine vegetale modellato a mano che crine gommato e il cuscino della seduta è in piuma d’oca. Sedile, schienale e braccioli hanno molleggio ottenuto con molle biconiche in acciaio legate a mano e appoggiate su cinghie di juta.” (fonte: http://www.poltronafrau.com/it/catalogo/le-icone/poltrona-vanity-fair)

Federico non era riuscito a staccare lo sguardo per un attimo da quell’oggetto, secondo lui, così perfetto, e alla fine era dovuto scendere a patti con il negoziante per potersela portare a casa. Ma le lacrime del padre nel vederlo trascinare su dalle scale dell’ingresso quell’enorme e pesante pezzo di arredamento, fecero dimenticare immediatamente a Federico i sacrifici economici che avrebbe dovuto fare per i prossimi mesi. Aveva reso il padre orgoglioso di lui, e questa era l’unica cosa che davvero contava. La sistemarono nel piccolo salotto che stava al secondo piano, vicino al camino e alla finestra. Ci misero accanto un piccolo tavolino di ciliegio che Federico aveva realizzato con le sue mani per un esame all’università, e lo adornarono con un bel merletto fatto da sua madre con sopra un vaso con fiori freschi. Federico non provò mai a sederci, lasciando il privilegio esclusivo al padre, che dopo pochi mesi dall’acquisto, finalmente andò in pensione, e ci si stabilì con frequenza regolare. Al mattino, dopo una colazione a base di caffellatte e biscotti, prendeva un libro dalla sua collezione che negli anni era diventata sempre più completa, e si sistemava sulla Vanity rossa, allungando le gambe su un cuscino posizionato ai piedi di essa per favorirgli la circolazione, e lì ci rimaneva fino all’ora di cena, salvo piccoli intervalli in cui si recava al bagno o in cucina per un boccone. Federico ogni volta che tornava a casa da lavoro, lo trovava seduto lì, intento a leggere fitto con due paia di occhiali da vista uno sopra l’altro. Dopo la cena il padre tornava nella sua cuccia mentre lui provava a costruirsi una vita che non fosse solo lavoro e casa.

Ma fu proprio quando Federico cominciò ad ingranare sia a lavoro che fuori che il padre si ammalò. Stava cercando casa a Milano, per rendersi indipendente da quel genitore a cui voleva bene ma che cominciava ad essere una presenza ingombrante per una persona di 30 anni. Federico si sentiva infatti sempre obbligato a metter il padre in cima alla sua lista, e, da quando aveva iniziato a lavorare, aveva sempre più dovuto farsi carico di un uomo che si stava pian piano spegnendo. Così aveva deciso di andare a vivere per conto suo, standogli comunque vicino ma guadagnando quella meritata libertà di cui un giovane uomo ha bisogno. Ma al padre diagnosticarono un cancro ai polmoni il giorno in cui Federico trovò l’appartamento ideale e al quale dovette rinunciare.

Rimase a casa col padre malato, passò da un full time a un part time e cominciò a prendersi cura di tutto.

La malattia si portò via suo padre una domenica mattina di gennaio dopo due anni di cure e tre operazioni che avevano portato Federico allo sfinimento. Tre volte alla settimana tirava su da quella poltrona rossa il padre e lo portava in clinica a fare chemioterapia. Ad un certo punto la malattia sembrò esser stata sconfitta ma pochi mesi più tardi Federico trovò suo padre incosciente sulla sua poltrona Frau rossa, con il Faust di Goethe aperto sulle gambe e una tazza di tè rovesciata sul pavimento.

Il padre rappresentava anche l’unica famiglia che Federico ancora aveva: la madre se ne era andata quando lui aveva 8 anni e i parenti più stretti vivevano nel veneto e non li aveva mai praticamente conosciuti. Così Federico, tutto d’un tratto, si ritrovò libero ma solo e per lui fu ancora più difficile di quando aveva il padre malato. Si chiuse in sé e si allontanò sempre di più dal lavoro e dalle poche amicizie che erano rimaste. Continuò a vivere nella casa del padre lasciandola così com’era. Anche la Vanity Fair rossa rimase al suo posto, tra finestra e camino, con il tavolino di legno al suo fianco a prendere polvere per mesi. Federico continuò a non sedersi mai, come se quell’imbottito ancora appartenesse al padre, nella speranza di vederlo ancora seduto lì al suo rientro a casa. Ma la poltrona rimase lì ferma a prendere polvere fino al giorno in cui Federico decise che era arrivato il momento di riprendere in mano la propria vita.

Decise di andarsene da quella casa, e Milano e anche da quell’ufficio che adesso tanto odiava. Contattò un paio di cugini di Venezia suoi coetanei che aveva visto si e no un paio di volte durante la sua adolescenza e dopo ripetute “pressioni” riuscì a farsi ospitare in una delle tante case sfitte che uno dei due, Alessandro, aveva nella città lagunare.

Passò un mese a preparare il trasloco, riempiendo scatoloni con mille libri e vinili da collezione, con l’idea di portarsi tutto a Venezia e chiudere definitivamente con la sua vecchia vita. Ma a due giorni dal trasloco Federico si svegliò sudato nella notte in preda ad un attacco di panico. In quell’istante capì che per chiudere con quella vita che lo aveva portato allo stremo delle forze e che adesso odiava con tutto il suo cuore, doveva sbarazzarsi anche di tutto quello che poteva, in qualche modo, ricordargliela. Decise così di alzarsi e di rimettere ogni cosa al suo posto. Ci mise tutta la notte, ma una volta che la luce del mattino entrò dalla finestra di quella che era stata la stanza del padre, Federico si sentì finalmente libero e pronto a cominciare una nuova vita. Cancellò il trasloco, noleggiò un piccolo furgoncino, buttò le chiavi di casa dentro la buca delle lettere insieme a una busta per il proprietario di casa (che aveva avvisato la mattina stessa per evitare problemi) e se ne andò per sempre da Milano, portandosi con sé soltanto una borsa con qualche vestito dentro e la poltrona Frau rossa come unico ricordo di quella vita che si stava lasciando alle spalle.

Si trasferì a Venezia dove dopo qualche mese, a una festa di Natale a casa di un lontano parente conobbe Paola, figlia di un mercante di pelli di Udine. I due si innamorarono subito e dopo meno di un anno lei rimase incinta e i due ebbero Giorgio. Gli anni passavano in fretta e Federico quasi come un automa si divideva sempre e solo tra famiglia e lavoro. Era felice e soprattutto nell’ambito professionale cominciava a vedere i primi risultati della sua prolungata gavetta. Sempre più rispettato all’interno di quel nuovo ufficio, veniva spesso invitato a conferenze presentato come uno dei pionieri del suo settore.

Fu così che cominciò a frequentare sempre più assiduamente party e drink esclusivi accompagnato sempre dalla moglie che sembrava sicuramente più a suo agio di lui in quei contesti. Le cose tra di loro si erano un po’ incrinate nell’ultimo anno: Giorgio cresceva con un padre che poco partecipava alla vita famigliare e Paola non mancava mai di farglielo notare. La coppia sembrava tornare felice soltanto in quelle tante (per fortuna) occasioni mondane a cui dovevano per forza partecipare. Ma fu proprio ad una di queste feste che il loro matrimonio, di fatto, terminò. Mentre Federico era intento a tessere le lodi del suo studio a un investitore cinese, Paola conobbe Luca, un giovane e prestante architetto di Treviso che le fece perdere letteralmente la testa.

Una sera che Federico era fuori città per un progetto, Paola portò Giorgio dai genitori e si incontrò con Luca per un drink. Non fu difficile per il giovane architetto farsi invitare a casa di Paola, dove lei si fece possedere per ore in tutte le parti della casa, compresa la poltrona rossa del padre di Federico. Quella sera si abbandonò, sfinita, proprio su di essa, scordandosi di un piccolo ma fondamentale dettaglio: Luca, nel concitato amplesso finale che aveva avuto, si era talmente lasciato andare a scatenati fremiti di passione che aveva finito per perdere il suo Rolex tra lo schienale e il cuscino, e dall’eccitazione se ne era completamente scordato. Inutile dire che Federico ci mise un attimo a trovarlo il giorno dopo.

Paola provò a resistere per ore alle insinuazioni di suo marito prima di crollare, sfinita, di fronte alla più evidente delle prove. Federico non ci aveva messo molto ad accorgersi di quell’oggetto luccicante che spuntava da sotto il cuscino rosso che sembrata tanto più schiacciato del solito. Lui non ci si sedeva mai su quella poltrona, lo faceva stare male ogni volta, e neanche Paola la non la usava mai, per cui non ci era voluto molto a notare quell’anomalia sul suo oggetto più caro. Una breve perlustrazione poi, aveva reso chiaro quello che era già più di un sospetto nella sua testa: i capelli biondi di Paola e quel Rolex dicevano tutto sulle bugie che sua moglie stava provando a rifilargli in quel momento.

Me ne vado – sentenziò nel bel mezzo della discussione. Paola provò a fermarlo, in quel momento venne fuori la madre che c’era in lei e la paura di crescere un figlio da sola la spaventava più di ogni altra cosa.

Ma non servì a nulla, Federico non ci pensò su due volte, e, come la volta precedente, prese la decisione di andarsene e lasciare tutto. Si infilò il cappotto, buttò due cose a caso nella sua borsa della piscina e, dopo aver dato un ultimo bacio al piccolo Giorgio che dormiva nella sua cameretta dalle pareti color celeste, diede le chiavi di casa e del garage a Paola, la baciò sulla fronte e se ne andò per sempre da Venezia e dalla sua vita.

Il tassista che se lo trovò di fronte stentò a credere ai suoi occhi quando Federico pretese di far entrare la sua poltrona Frau rossa nel bagagliaio del taxi. Non me ne vado senza di lei! Ti pago il triplo – intimò vedendo il tassista esitante. Bastò quella frase, unita a un viso devastato dal dolore (e dalla consapevolezza di aver appena fatto una cazzata), per far si che l’uomo cambiasse idea e portasse il proprio cliente e la sua sua poltrona a destinazione. 

Federico dopo un lungo peregrinare di diversi mesi tra amici e conoscenti che rimanevano allibiti trovandoselo di fronte accompagnato da una poltrona rossa, finì ad Amsterdam dove un suo ex compagno di università gli aveva rimediato una stanza prima, e un lavoro poi. Lentamente (tralasciando molti episodi non necessari allo scopo di questa storia), la nuova vita di Federico cominciò a prendere quota nuovamente. In fondo era una persona sveglia, curiosa, ma sopratutto molto sicura di sé, e questo lo aiutò molto. In tutti quegli anni non aveva più sentito Paola se non attraverso gli avvocati: avevano divorziato e lui gli passava gli alimenti ogni mese con regolarità. Ogni tanto chiamava il figlio, evitando bene di incrociare anche solo per un attimo la voce di Paola.

Ad Amsterdam, e sempre ad una festa, conobbe Christine, una giovane biologa danese, e con essa cominciò una relazione vera, matura. Oramai aveva superato i 40 anni e la sua nuova compagnia di 10 anni più giovane voleva un figlio da lui. Ma Federico, tenace come sempre, preferì concentrarsi sul lavoro e rimandare di qualche anno. Finalmente era tornato a fare quello che era la sua passione, la sua vocazione: l’architetto. Dopo diversi anni passati a far carriera alle dipendenze di qualcuno, si decise di fare il grande passo, e, insieme al suo ex compagno di università Remco, aprì uno studio tutto suo. Lo chiamo ‘Red Chair’ in onore della sua tanto amata compagna di avventure. Affittarono uno sgabuzzino al secondo piano di un bel edificio di inizio secolo nella zona West di Amsterdam. Federico alla consegna delle chiavi si presentò con a seguito la sua poltrona Frau rossa. All’inizio le cose non furono semplici: i clienti stentavano ad arrivare e il loro sogno di lasciare un segno su questo pianeta sembrava sgonfiarsi giorno dopo giorno. Federico però non si perse d’animo (non poteva) e con tutti i mezzi possibili riuscì ad accaparrarsi un paio di clienti, tra cui un certo Robbert, costruttore, che risultò essere molto interessato alla causa di Federico. Dopo qualche mese di contrattazioni varie, Robbert divenne il terzo partner e da quel momento in poi lo studio ‘Red Chair’ cominciò a volare. Il nuovo arrivato portò con sé un bacino di clienti notevole e presto ebbero così tanto lavoro da dover cominciare ad assumere personale. Dovettero spostarsi in ufficio più grande e dopo solo un anno dall’entrata di Robbert in società, passarono dall’essere in 3 ad avere 22 dipendenti.

Federico si trovò così per la prima volta a gestire uno studio di quelle dimensioni, composto principalmente da giovani neo-laureati con nessuna esperienza, da solo. Fu come rimparare ad andare in bicicletta. Dovette trovare un equilibrio tra l’essere un carismatico ma amichevole mentore e uno spietato dittatore nel momento del bisogno. A volte si portava il lavoro a casa, e, con esso, anche quell’attitudine sempre più iraconda, che finiva per essere sfogata sull’incolpevole moglie. Christine, che nel frattempo era anche lei riuscita nel suo intento di fare carriera, non sembrava più in grado di stare al fianco di una personalità così forte e dominante, ma resistette, lottando per i suoi spazi. Avevano avuto Claudia, e adesso che la loro primogenita si apprestava a iniziare le scuole superiori, aveva realizzato che era stata infelice per troppi anni. Federico, nel frattempo, per 15 anni passò più di 12 ore al giorno a lavorare, portando ‘Red Chair’ ad essere uno degli studi di architettura leader in Europa.

La sua Vanity Fair non si era mai mossa dal suo ufficio personale: era diventata la poltrona totem dello studio. Tutti andavano a sedersi lì nei momenti di crisi, personale o professionale, e tutti, uscivano dopo un paio d’ore, con di nuovo il sorriso stampato in faccia. Federico a volte faceva da psicologo per i propri associati: era una sorta di valvola di sfogo con la quale qualsiasi persona dello studio, ci si ritrovava ad avere a che fare almeno una volta nella vita.

Federico ascoltava le parole dei suoi giovani architetti e ingegneri e poi elaborava la sua risposta, fatta di vita vissuta e qualche bugia buttata qua e là per rendere più spettacolare la storia e farli sorridere un po’. E la cosa funzionava sempre. I successi negli anni non mancarono: vinsero qualche premio importante e al party del 18esimo anno di attività Robbert annunciò l’apertura di un nuovo ufficio a New York. All’età di quasi 60 anni Federico aveva ancora voglia di lavorare e lo spirito di un 20enne quando si trattava di fare il culo ai propri associati. E fu proprio durante uno dei suoi sfoghi che il cuore gli cedette di botto. Cadde all’indietro e, come segno del destino, sprofondò sulla sua poltrona Frau, sedendosi su di essa per la prima volta nella sua vita. Quell’infarto non se lo portò via, ma gli fece capire che era arrivato il momento di smettere, che anche quella fase della vita era anch’essa finita e che era arrivato il momento di cambiare. Così, dopo essersi ripreso completamente e aver lavorato per altri sei mesi, il giorno del suo 60esimo compleanno annunciò a tutti il suo ritiro dalla vita professionale. Fu un momento di grande dolore per Federico che non avrebbe voluto prendere quella decisione ma che fu costretto visto che, a pochi mesi dall’infarto, durante un controllo di routine, gli fu diagnosticato un cancro ai polmoni proprio come al padre.

Non lo rivelò a nessuno se non a Remco e Robbert, i quali fecero finta di niente, e lo lasciarono mentire per il bene comune dello studio. Federico organizzò una grade festa quella sera, e dopo un discorso a dir poco commovente lasciò spazio alla parte giovane dell’ufficio scatenando le danze a suon di deejay e luci stroboscopiche. Anche la moglie Christine e la figlia Claudia parteciparono a quella festa, l’ultima di Federico. La malattia se lo portò via, proprio come il padre, una domenica mattina, durante uno degli inverni più freddi degli ultimi anni. Lo trovarono seduto sulla sua poltrona rossa, che aveva iniziato ad usare una volta in pensione proprio come il padre, con un libro sulle gambe e una matita ancora in mano. Fu sua figlia Claudia a trovarlo e a prendersi cura di tutto. Christine, distrutta dal dolore, non prese parte al funerale, ma, quel giorno, invece che presentarsi in chiesa, si presentò davanti all’ufficio dell’appena defunto marito, e, facendosi aiutare da un paio di stagisti che avevano solo sentito parlare di Federico, portò la poltrona Frau Vanity Fair rossa in quello che era stato il suo ufficio. Poi in lacrime se ne andò, e non tornò mai più in quello studio che ancora, grazie alla figlia Claudia, adesso rappresenta una delle eccellenze nel campo dell’architettura. Molte cose sono cambiate negli anni, ma lo spirito e il credo di Federico viene portato avanti ancora oggi, giorno dopo giorno.

Ma sopratutto, la poltrona è ancora lì. Magari un po’ traballante e sbiadita ma è rimasta lì, dove lei l’ha lasciata. La potete trovare all’indirizzo Prinsegracht 487, terzo piano, interno 7. Chiedete della poltrona di Federico, vi ci accompagneranno con un sorriso.

G.

 ritratto-da-lontano

“Ritratto da lontano” – Author unknown

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Everyday Life, Momenti, Racconti

Ogni Volta

Malpensa, Terminal 2

11/12/2016

– E che cosa ne dici di questo? –

– Mamma non mi ci sta più niente, non lo vedi? E poi devo ancora metter dentro il formaggio e il salame –

– Hai ragione. E questo? – puntando il dito verso un ingombrante appendiabiti – avevo visto che avevi rotto quello in bagno l’altra volta che siamo venuti a trovarti. –

– Mamma… – respirando – …te l’ho appena detto, non ho più spazio.

– Okay okay, bandiera bianca, ci rinuncio. Ti lascio finire da solo, intanto comincio ad andare giù a tirarti fuori il formaggio e il salame. –

Finalmente rimango solo per un momento nella mia cameretta di quando ero un adolescente. Comincia sempre così il viaggio di ritorno ad Amsterdam ogni volta che scendo per vedere un po’ i miei e mio fratello se non è via per lavoro o a Copenhagen dalla fidanzata.

Mentre lotto con la cerniera della valigia mi guardo intorno: la stanza è rimasta quasi completamente intatta, proprio come l’avevo lasciata quando me ne andai all’università più di dieci anni fa. Pareti color giallo canarino e soffitto celeste, col tempo è finita per diventare prima la camera di mio fratello e poi quella di mia madre, nelle notti in cui papà russa con troppa insistenza.

Il letto, un Futon comprato a Ikea, è semi-distrutto e oramai le doghe integre si contano sulle dita di una mano. Ma mi sono affezionato a questo letto, così come a tutto il resto dell’arredamento ovviamente, e nonostante mia madre voglia cambiarlo da tempo, io ho sempre resistito. Sopra il letto due lunghe mensole di legno bianco mettono in mostra tutte le medaglie e trofei conquistati nella mia passata carriera da giocatore professionista di pallanuoto. Opposta al letto una gigantesca libreria copre tutta la parete. C’è di tutto: dalla narrativa ai testi di scuola miei e di mio fratello e persino una copia della prima edizione italiana della Divina Commedia con le illustrazioni del Dorè insieme a qualche manuale dei boy-scout dei tempi di mia nonna.

Metto in ordine la scrivania riponendo ogni oggetto al suo posto designato da tempo: le penne nel loro contenitore a sinistra sotto la lampada retrò tipo quella degli avvocati, i quaderni a destra impilati dal più grande al più piccolo e, se possibile in ordine cromatico, mentre  tutte le altre cose finiscono in una scatola di ottone con raffigurata una McLaren Formula1 degli anni ’70. La certezza di trovare le cose al proprio posto ogni volta che torno mi fa sentire davvero arrivato a casa.

Controllo di non aver lasciato nulla fuori posto e di non aver dimenticato niente di fondamentale, vedi biglietti e portafogli vari. Chiudo la valigia accertandomi di aver lasciato ancora quel poco di spazio necessario per infilarci dentro Grana e salame, tiro giù la tapparella e andando verso l’uscita, accarezzo le lenzuola fresche che mia madre mi fa sempre trovare e, prima di chiudermi la porta alle spalle, mi giro e saluto – Ciao, ci vediamo tra un po’ – Infine esco. Vado alla breve ricerca del mio vecchio gatto di 16 anni che oramai campeggia sempre sul letto dei miei, gli faccio un paio di carezze e gli dico di fare il bravo. Lui ricambia con un’occhiata un po’ sognatrice e un po’ infastidita, prima di girarsi dall’altra parte e riprendere il suo riposino pomeridiano come se nulla fosse. Infine scendo giù in tinello, dove mia madre mi sta aspettando carica di cibo e magliette della salute.

Mentre cerco di togliere dalle sue grinfie la valigia che sta per esplodere, mio padre arriva nel vialetto di casa con la sua Passat nera tirata a lucido (da quando è andato in pensione si dedica alla pulizia della sua auto almeno un paio di volte alla settimana) e suona il campanello di casa un po’ per richiamarci all’ordine e un po’ per darci una mossa. Quello per me è un momento di grande stress: una guerra psicologia tra il me stesso che vorrebbe urlare in faccia a mia madre di smetterla di buttare roba inutile dentro la valigia, e il me stesso che vorrebbe mantenere la calma e sopratutto le buone maniere con la madre che non rivedrà per chissà quanti mesi e che in fondo sta facendo tutto ciò soltanto per il tuo bene. Alla fine prevale una via di mezzo e con un fare tra il comprensivo e il determinato allontano la valigia dal suo raggio d’azione e mi dirigo con essa giù all’ingresso dove mio padre ci attende in montone e cuffia dell’Arsenal.

Casa mia si sviluppa, rispetto alle altre della nostra zona, sull’altezza e quindi le stanze sono molto piccole. Anche l’ingresso non è da meno e ogni volta che devo partire ci ritroviamo tutti e tre lì contemporaneamente, schiacciati come sardine, a metter su cappotti e scarpe.

– Passami il calzascarpe. –

– Aspetta che mi serve un momento. –

– Hai preso le chiavi? i biglietti? –

– Si, ho preso tutto. –

– Aspetta che non trovo il Telepass, è sempre stato qui. –

– L’ho già messo su in auto, andiamo. –

– Si un momento, non trovo anche la spilla che mi hai regalato il Natale scorso. Volevo indossarla.-

– Guarda che ce l’hai già su.-

– Ah okay, sono pronta allora. –

Completata la vestizione lascio andare avanti i miei, e per un momento mi fermo ad osservare quell’angolo di casa così diverso da quello che mi aspetterà di li a qualche ora. Gli affreschi lungo la scala, il solaio di vetri colorati, i quadri sistemati quasi l’uno sopra l’altro da quanti ce ne sono, e le mille giacche, la bicicletta di mia mamma, le sue borse e l’alberello giallo di Ikea con tutte le chiavi appese. Controllo che non ci siano le mie nel mucchio ed esco, raggiungendo i miei che mi aspettano in macchina con il motore già acceso.

Il viaggio fino all’aeroporto dura circa un’ora e io mi godo il paesaggio dal sedile posteriore, conversando con i miei riguardo i piani futuri. Si preoccupano molto per me e hanno paura faccia qualche cavolata come già successo in passato, per cui ogni volta devo stare molto attento a quello che dico e dosare le parole con molta cura. Non guido mai quando andiamo all’aeroporto, preferisco stare dietro e non perdermi quegli ultimi attimi di famiglia e quotidianità passata. Il fatto buffo, se così si può dire, è che invece quando arrivo voglio sempre guidare e, anche se stravolto, non c’è verso che ceda il posto di guida a mio padre. Invece quando parto mi piace stare lì a godermi sempre le stesse dinamiche: la valigia, lo stress, i no a mia madre, i semafori rossi presi da mio padre. Famiglia è anche questo per me: routine.

L’arrivo alle partenze del Terminal 2 di solito coincide anche con il momento in cui mia madre comincia a dare i primi segni di cedimento e di tristezza. Una volta parcheggiato e controllato sugli schermi all’ingresso lo stato del mio volo, se non ci sono ritardi, ci sediamo al bar dove mia madre attacca a pianificare la mia prossima visita. Una volta terminata la lista di cose che dovrò fare (ad esempio: esame del sangue, delle urine, andare dal dentista, vista alla pro-zia all’ospizio, passare a salutare il Tino, il nostro salumiere, che mi chiede sempre di te e non ti vede mai, eccetera eccetera) passa in rassegna i suoi impegni futuri, sbuffando e lamentandosi di tutto e tutti. Mia madre è fatta così: quando è nervosa comincia a parlare a ruota libera senza lasciare spazio a qualsiasi possibilità di dialogo. Il suo è un monologo atto a non somatizzare troppo il momento.

Io e mio padre ci guardiamo e sorridendo lasciamo che esaurisca le sue batterie prima di riprendere in mano la situazione e ricordarle che di lì a poco devo andare.

Vado in bagno e mi guardo allo specchio: non so perché ma ogni volta che mi ritrovo a fissare il mio riflesso in quel bagno dell’aeroporto è come se tutt’a un tratto ogni mia certezza crollasse l e che in quel preciso momento capisca che in fondo ne ho abbastanza di partire, che non ho più voglia di stare distante e che non voglio più ritrovarmi in aeroporto ed essere io quello a dover partire.

Poi mi asciugo il volto sudato e teso e mi dirigo a salutare i miei prima di partire.

I miei si accorgono del mio sguardo teso e cercando di tirarmi un po’ su mi accompagnano verso gli imbarchi. Di solito non c’è molta gente in coda così ci fermiamo a due passi dalle barriere e ci scambiamo i saluti.

Poi prendo e imbocco la lunga serpentina che mi porta ai controlli e mentre la percorro mi giro più volte a osservare i miei genitori che, imperterriti, rimangono lì, ad aspettare di vedermi definitivamente scomparire dalla loro vista. Io allora mi sbraccio e ricambio i loro saluti mentre con le lacrime agli occhi raggiungo il metal-detector dove ogni maledetta volta vengo controllato per le enormi quantità di cibo che porto con me.

– Per questa volta passi, ma la prossima no. – mi ripetono ogni volta.

Io annuisco e con il nodo alla gola mi giro un’ultima volta verso l’ingresso dove i miei sono ancora lì fermi ad aspettare. Provo a salutarli, ma questa volta sono troppo distanti per vedermi, e nonostante i miei sforzi li vedo pian piano allontanarsi verso l’uscita.

– Anche questa è andata – penso, mentre con gli occhi lucidi e il cuore più leggero a ogni passo, mi incammino verso il Duty-free prima, e, verso Amsterdam, poi.

G.

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Takashi Takimoto – I love stripes

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Everyday Life

Andare a scuola

28/03/2013 Utrecht

Sono le 7.47 quando la sveglia del mio cellulare suona per la prima volta. La spengo e mi rimetto giù. Alle 7.53 suona una seconda volta, e, anche questa, la ignoro. Alle 8.01 suona la terza ed ultima sveglia. Questa è quella che mi deve far alzare dal letto per forza.

Copro tutte le azioni d’obbligo con una disciplina quasi militare e una volta in bagno comincio a capire chi sono e dove mi trovo.

Bevo il caffè mentre decido come vestirmi.

Il tempo fuori è grigio ed il cielo non sembra altro che un blocco di cemento appeso lì, sopra la città.

Non piove. Non ancora.

È primavera e le temperature finalmente si sono alzate ad un livello di sopportazione accettabile.

Finisco di vestirmi allacciandomi con cura le scarpe. Ho sempre il terrore che si slaccino mentre sto pedalando, e che finiscano tra i raggi delle ruote facendomi cadere rovinosamente per terra, proprio come successe a mio padre una volta da ragazzino. Ogni volta che devo uscire mi ritrovo a guardare fuori le pozzanghere sul retro di casa: sposto le tende e mi metto a fissarle attentamente per qualche. Sono il mio “live meteo”. Quasi sempre, come per magia, mentre mi infilo il giubbotto e tiro su la zip, qualche goccia comincia a cadere. Ma oramai c’ho fatto l’abitudine e un po’ di pioggia non mi spaventa più di tanto.

Esco di casa e mi infilo i guanti per ripararmi dal freddo.

Tolgo il lucchetto alla mia bicicletta, asciugo il sellino con la manica della giacca e parto.

Andare a scuola vuol dire percorrere la città di Utrecht da Nord-Ovest a Sud, passando per il centro. E’ un percorso di circa 35/40 minuti. Dipende dalla fretta e, soprattutto, dal traffico. Per prima cosa devo attraversare il mio quartiere, il Lombok. Passo per Kanaalstraat: la strada è diversa da tutte le altre di questa città. Lungo di essa, spuntano ad ogni angolo piccoli bazar e alimentari che vendono prodotti tipici delle colonie olandesi, come il Suriname o l’Indonesia. Schiacciati tra questi paradisi di colori e profumi, piccole panetterie turche fanno il pane più buono della città a tutte le ore e una macelleria gestita da tre attempate sorelle olandesi ha sempre la coda ben al di fuori del negozio.

Qui la gente sta sempre all’aria aperta, in strada. I proprietari dei bazar discutono tra di loro in arabo mentre Internet point e parrucchieri sono presi d’assalto da orde di ragazzini turchi tutti in bomber e pantaloni attillati.

Il parcheggio, a differenza che nel resto della città, qui è un discorso del tutto a parte. Ognuno decide di fermarsi e parcheggiare dove come e quando vuole, il che fa sembrare quei 300 metri piuttosto che una strada, un percorso ad ostacoli.

In fondo alla via, c’è una moschea in costruzione che stanno finanziando gli abitanti stessi del quartiere.

Esco finalmente indenne dal mio quartiere e mi dirigo verso il ‘tunnel’, un sotto-passaggio che mi porta al di là della stazione e mi fa raggiungere il centro. Mi piace sentire il frastuono del treno che passa sopra di me, mentre mi lancio, accelerando, verso l’uscita del tunnel. Ora devo circumnavigare la stazione/centro commerciale. E’ un edificio immenso, degli anni 70: un colosso di cemento, vetro e forme squadrate, buttato lì, nel cuore della città. L’impatto con la vista è devastante, e per un momento non sembra neanche di trovarsi in Olanda, ne tantomeno nella graziosa Utrecht. Dentro c’è di tutto: negozi, cinema, stazione, centro congressi, supermercato, e sempre un mare di gente. Aperta 24h su 24, 7 giorni su 7 è anche il modo più veloce per passare da una parte all’altra della città a piedi.

Circumnavigare questo colosso però non è impresa facile. L’unica soluzione è rappresentata da una strada molto ventosa e molto trafficata che costeggia l’intero complesso. Alla mia sinistra, migliaia di biciclette parcheggiate. Alla mia destra, bus e tram inghiottiscono pedoni. Di fronte a me una fila sterminata di ciclisti.

A volte, quando prendere la bicicletta per andare a scuola è impossibile, a quell’ora mi ritrovo lì a destra, congelato, ad aspettare il bus 12s con tanti altri studenti.

Circumnavigato il centro commerciale, il paesaggio, finalmente, migliora. Devo percorrere una lunga strada di circa 1.5 km, tutta dritta. Il viale è completamente alberato e a sinistra si estende il canale che delimita il centro città. Questo inverno è stato quasi sempre ghiacciato, centinaia di persone ci andavano a pattinare, lasciandomi meravigliato ogni volta che passavo di lì.

C’è una bellissima casa a circa metà del percorso. Le sue vetrate colorate, raffigurano scene di battaglie e di vita rurale, come a raccontare qualche episodio passato della città (o così mi piace pensare). Mi ricorda la casa dei miei genitori in Italia, anche se, onestamente, la somiglianza non c’è proprio. Sono belle le architetture in questa strada. Lo stile è quello che ovviamente ti aspetti di trovare in un paese del nord Europa: mattoni a vista e forme appuntite; ma ogni mattina vederle scorrere di fianco a me mi fa sentire per un momento davvero felice di essere qui: non c’è pioggia che tenga, un sorriso sincero mi spunta sul viso sempre.

Alla fine della strada passo il semaforo e attraverso il ponte che mi porta al di là del canale. La scuola è oramai lontana solo un paio di isolati. Supero l’incrocio di Ledig Erf e imbocco l’ultimo rettilineo. Costeggio il carcere sulla destra e dopo un sotto-passaggio vedo spuntare la torre della KPN. Giro a sinistra al semaforo e finalmente sono arrivato.

Parcheggio la bicicletta dietro dove ci sono le telecamere della sicurezza dato che non ho un lucchetto troppo resistente, e, prima di entrare in classe, mi dirigo verso la caffetteria. A questo punto sono almeno le 8.45 e ho ancora 15 minuti per prendermi un caffè americano da 70 centesimi al bar. Dalla parte opposta del bancone c’è una parete vetrata che dà sulle classi occupate da corsi di moda e scultura. A volte mi siedo per un momento ad aspettare che il mio caffè si freddi e osservo ragazzi e ragazze intente a cucire e ritagliare con minuziosa attenzione.

Il più delle volte invece, pagato il caffè, vado in classe a prepararmi per la lezione. Salgo le scale, passando l’asino bianco che sta nella hall della scuola.

Ci sono due modi per raggiungere l’aula 106 al primo piano del dipartimento di architettura: l’ampia scalinata che si trova dritta davanti all’ingresso, o la piccola scala  sul retro. Questa arriva proprio di fronte all’aula. Una volta davanti alla porta mi do una sistemata ai capelli che  mi stanno facendo grondare la fronte. Parto profumato e arrivo sempre sudato e puzzolente.

Infine entro, sapendo già cosa aspettarmi: di fronte a me un’ampia vetrata lascia entrare la luce plumbea del mattino su di un tavolo al quale siedono già 3 dei miei compagni di corso. C’è Otto, olandese di ventotto anni, primo della classe e ragazzo particolare; c’è Anneroos, pure lei olandese, biondissima, capelli corti, mento un po’ da gallina e un corpo della madonna; e infine c’è A., la mia amica A.

Ventotto anni con una bambina di 4. è di Tbilisi, Georgia. è la persona migliore che abbia mai incontrato in vita mia.

Saluto tutti e vado a sedermi di fianco a lei, appoggiando il giubbotto sulla sedia di legno e tirando fuori il computer dallo zaino.

A. è sempre al telefono con suo marito prima di lezione, così io aspetto di parlarle scorrendo il quotidiano online e bevendo caffè.

Sono oramai le 8,55 quando uno dietro l’altro compaiono gli altri compagni di classe. La classe si riempie di profumo di caffè,tè alla menta e cappotti bagnati.

Entra la nostra tutor.

È fradicia ma sorride.

Respiro.

Sono le 10,00. Guardo fuori dalla finestra: piove davvero forte in questo momento. La giornata è appena iniziata. E io riesco solo a pensare al viaggio di ritorno.

G.

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G.D. “Untitled” Paesi Bassi, 2013

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Momenti

Momenti #1

Amsterdam 

16/10/2016

Fuori, il vento.

Dentro, gente che parla tutta insieme ad un volume troppo alto persino per accorgersi della presenza della musica in sottofondo.

Fuori, un fiume di gente in uniformi dai colori sgargianti si rincorre lungo l’Amstel, regalando a questa giornata grigia un po’ di colore.

Dentro, cameriere paonazze e disordinate, corrono avanti e indietro con le mani ricolme di cioccolate calde e torte di mele.

Fuori,all’angolo della strada, un ausiliare del traffico in uniforme catarifrangente fa segno ai corridori di proseguire dritto lungo lo stradone. Lo fa con quella sufficienza tipica di chi ha senz’altro la testa da un’altra parte.

Dentro, seduta al bancone, una ragazza con lunghi capelli biondi e tacchi a spillo rossi, parla al telefono e contemporaneamente sorseggia un gin tonic, non curandosi minimamente di quello che le accade intorno e sopratutto di quel ragazzo al suo fianco che ora sembra in evidente imbarazzo. Sulla parete alle spalle di questa coppia un grande specchio dorato e qualche poster sbiadito dell’Ajax, dettaglio che mi fa salire per un momento una tristezza incredibile.

Fuori, le foglie cadono sollecitate dalle raffiche di vento e dalla pioggia che adesso ha cominciato a cadere con forza.

Dentro, nessuno sembra accorgersi di me. Così resto lì, fermo, a guardarmi intorno come un qualsiasi spettatore, godendomi per un attimo lo spettacolo del mondo che, fuori da queste mura, si rincorre.

G.

                 frame-from-the-movie-blue-valentine_1

Frame dal film ‘Blue Valentine’ di Derek Cianfrance (2010)

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Racconti

Le prime impressioni

Amsterdam 7/10/2016

Capita, delle volte, di incontrare persone, che a una prima occhiata non ci piacciono. Poi, tutt’a un tratto, succede qualcosa, un episodio, una sciocchezza, che ci fa capire quanto ci stessimo sbagliando. E da quel momento in poi c’è pure il rischio che quelle persone possano diventare una figura importante nella nostra vita. Ecco, a me di solito succede sempre di incontrare un coglione che poi si rivela proprio come tale. Proprio come l’altro giorno: c’era il ‘derby d’Italia’ nel tardo pomeriggio di una domenica settembrina ancora calda e assolata, e avevo voglia di vedere la partita in compagnia di qualche amico, ovviamente italiano (gli olandesi non me ne vogliano, ma non capiscono un cazzo di calcio), con cui sputare sentenze insultandoci a vicenda (tra parentesi, io non tifo per nessuna squadra, mi limito a gufare sempre per la più forte).

Così avevo invitato qualche amico da me, e, siccome dispongo di un bel giardino con veranda, avevo aperto le porte di casa anche agli amici degli amici: “Tutti benvenuti, portate da bere se volete, anche se un paio di casse di birra ce le ho già qui in fresco”, avevo annunciato. Tutto felice per il pomeriggio che mi stavo preparando a passare in modo stranamente sociale (per me ovviamente, sono una persona abbastanza solitaria). Impiegai quasi tre ore per sistemare un tavolo e un paio di panchine in giardino tant’ero eccitato all’idea.  Infatti ero ancora in doccia quando gli ospiti cominciarono ad arrivare. Avevo perso la cognizione del tempo, come quasi sempre mi capita quando ho un appuntamento e un sacco di tempo a disposizione. Così mi diedi una rinfrescata veloce e raggiunsi gli altri che già sorseggiavano birra in veranda grazie a C., amico di una vita e unico possessore delle mie chiavi di scorta (che preventivamente aveva portato dietro conoscendo bene le mie abitudini). Non abbiamo mai scelto di venire qui insieme, ci e’ capitato, ma devo dire che e’ stata proprio una manna dal cielo. C’era anche J., collega e forse unica ragione per la quale lavoro ancora in quell’ufficio di pazzi scatenati. Se non fosse arrivato lui circa un anno fa, molto probabilmente ora sarei a cercare fortuna a Formentera, investendo i pochi soldi rimasti per aprire un chiringuito che avrebbe chiuso in meno di una stagione date le mie ‘spiccate’ doti manageriali (tra l’altro, poi, non ho ancora ben capito che cosa sia e che cosa abbia di tanto diverso un chiringuito da un semplice bar sulla spiaggia). Con lui erano venuti anche i suoi tre coinquilini: M., F. e P., ragazzi un po’ più giovani di me, che come tanti ultimamente, sono venuti qui a cercare fortuna, perchè in Italia, ancora adesso, se non sei un figlio di papà, col cazzo che lo trovi un lavoro che non sia cameriere o barista (con tutto il rispetto per le categorie ovviamente).

La partita era appena iniziata e già volavano le imprecazioni, condite dalla tanta birra che continuava a scorrere senza soluzione di continuità da quando avevo messo piede in giardino. Il match era spumeggiante e l’eccitamento tra di noi era tale che ogni volta che una delle due formazioni si avvicinava pericolosamente all’area avversaria scendeva un silenzio di tomba.

Al 15’ del primo tempo, con Inter e Juve ancora bloccate sullo 0 a 0, il campanello di casa cominciò a suonare con quell’insistenza tipica dell’emergenze, tant’è che saltai su come una molla, immaginandomi già la faccia del mio vicino alla porta con in braccio sua figlia in lacrime che mi gridava di correre via il più in fretta possibile, perchè la sua casa aveva preso fuoco e che tra poco sarebbe toccato anche alla mia. Feci per correre alla porta, convinto già della catastrofe imminente, quando J. interruppe la sua complicata analisi sul perché il centrocampo bianconero quel giorno proprio non riuscisse a fare da filtro alla difesa in emergenza (in Italia siamo tutti allenatori, ancora di più se sei un italiano all’estero) e, rivolgendosi a me, dice che molto probabilmente si tratta  dell’amico di P., stabilitosi ad Amsterdam da meno di un mese e che aveva detto si sarebbe unito per la partita. Rincuorato da quella informazione e dal fatto che la casa del mio vicino non stesse davvero bruciando (a pensarci bene, non potevo esserne davvero sicuro, ma non c’era fumo ne puzza di bruciato intorno a me quindi potevo stare tranquillo almeno per il momento), andai ad aprire la porta con il campanello che ancora non aveva smesso di suonare, nonostante la mia sagoma fosse ben più che visibile al di là del vetro opaco della porta d’ingresso. Non appena aprii mi ritrovai davanti a un classico esempio di giovane italiano che vive ad Amsterdam (lo so, sono un qualunquista e fervido sostenitore dei luoghi comuni, ma sono sicuro che la penserete come me tra un momento): capello corto con un solo Rasta che spunta dal retro della nuca (ovviamente condito di perline colorate); barba folta a partire dalle basette e a ricoprire solo la parte bassa del mento (con conseguente effetto ‘capretto di montagna’); piercing all’orecchio (di quei cocchini che andavano un sacco forse 10 anni fa tra i giovani che fumavano canne e bevevano lattine di birra tutte d’un sorso); canottiera nera, pantalone psichedelico di quelli che vedi indossare nei centri sociali o nel film della Disney Aladdin, e Dr.Martens rigorosamente di colore nero. Il tutto condito da una canna in bocca spenta (ecco, adesso ditemi se voi se non avevo ragione).

Ciao piacere G.” mi presentai. “Ciao” mi rispose senza neanche dirmi il suo nome, ed entrò in casa dirigendosi verso la cucina. “Ho fatto tardi perchè sono dovuto passare dal supermercato. Ti dispiace?” – dice mentre con una mano saluta il gruppo fuori, troppo preso dalla partita per ricambiare, e con l’altra apre i vari cassetti della cucina come se quella fosse casa sua. Io stavo dietro, stupito da quella confidenza tipica di alcune persone (io sono l’opposto, a volte mi sento in imbarazzo persino in casa mia o davanti a uno specchio); tossii per richiamare la sua attenzione e gli chiesi se stesse cercando qualcosa in particolare. “Ho preso della carne al supermercato, devo cucinarmela. Dove hai le padelle?” – mi rispose senza neanche girarsi a guardarmi in faccia e senza smettere di aprire i cassetti a caso. Io, allibito, continuai a rimanere immobile, ammutolito da come certe persone delle buone maniere proprio se ne infischiano deliberatamente. In momenti come questi, sono solo due le cose che si possono fare a mio avviso: o far finta di niente e lasciar stare; oppure far valere il proprio diritto di avere le palle girate e, in quanto proprietario di quella casa, riprendere in mano la situazione, spedendolo fuori a calci in culo. Sfortunatamente non sono una persona troppo bellicosa (almeno quando non gioco a pallanuoto) quindi decisi di optare  per la prima soluzione e di dargli una seconda possibilità – ‘in fondo è solo la prima impressione, sicuramente mi sto sbagliando’ – pensavo mentre gli passo una padella per evitare che mi mettesse sottosopra l’intera cucina. “Non ne hai una un po’ meglio zio? Questa fa abbastanza cagare.“ Ecco, io odio con tutto il cuore le persone che ti danno confidenza senza neanche sapere chi sei. E sopratutto quelli che mi chiamano zio senza alcuna ragione (ve l’ho detto, sono un qualunquista e pure un bel po’ bigotto se non è abbastanza chiaro). Decido di abbandonare  quello che sembrava un neofita delle buone maniere, per tornare a godermi un po’ della partita in compagnia dei miei amici.

Mi aprii una birra e mi rilassai un po’ grazie a una canna che girava e che mi venne passata proprio nel momento in cui la Juventus segnò l’1 a 0. La pioggia di bestemmie che cadde nel giro di 30’’ fu sufficiente a farci scomunicare per direttissima a noi e a tutte le nostre famiglie. Si rideva e si scherzava, sfottendosi com’è giusto fare in queste occasioni (a volte penso che sia questa la vera essenza del calcio per chi non lo fa: il piacere di assistere a una partita in compagnia di amici, litigando e arrivando anche alle mani se necessario, ma andandosene via sempre con il sorriso e amici più di prima). Alla buon ora ci raggiunse anche il maestro delle buone maniere che questa volta venne accolto con grandi saluti. A. (così lo avevano appena chiamato gli altri), dando un veloce sguardo al match, si espresse in una dettagliata analisi delle due formazioni: “L’inter e’ merda. La Juve è fortissima.

Notai inoltre che il ragazzo si era preparato un bell’hamburger usando molte delle mie cose prese dal mio frigo: mio era il pane tipo baguette che stava addentando, mio era il formaggio che si stava sciogliendo sopra e sotto la carne; e mia era la maionese che stava colando da quel panino, mentre lo addentava seduto di fianco a me, aiutandosi con della birra.

Tutt’un tratto, poi, A. cominciò a rivolgersi a me col fare di chi ha voglia di farsi un po’ i fatti tuoi, mettendosi a raccontare la storia della sua vita (senza che io glielo avessi domandato tra l’altro), soffermandosi su momenti e vari episodi che più o meno mi fecero capire che tipo di persona fosse: un esaltato di tipo C (dove C sta per Canne (Bigotto, di nuovo, lo so). Nel mentre continuava la sua cena parlando con la bocca piena e sputacchiando in ogni direzione. Parlare con la bocca piena è una cosa che, devo ammettere, faccio anche io troppo spesso. Ma l’avidità ed il pathos che il ragazzo ci stava mettendo nell’addentare e ingurgitare quel panino, aveva qualcosa di unico, quasi ipnotico, e non riuscivo a staccare lo sguardo da quell’immagine macabra ma onirica allo stesso tempo. Parlava e mangiava, e più parlava, più io mi perdevo nel vortice di quel pasto abusivo e improvvisato. Incominciò, infine, a chiedermi di me, della mia vita. Mi fece mille domande e la cosa, devo dire, non mi sorprese affatto. Ma non lo fece in maniera invadente, mi fece parlare, tant’è che mi dilungai in discorsi sconnessi (continuavo a bere, lo faccio sempre quando mi ritrovo a parlare di me, è come un tic, e finisco sempre per fare figure pessime) fino alla fine della partita.

La partita, appunto: si concluse con la vittoria a sorpresa dell’Inter per 2 a 1, con conseguente parapiglia nel mio giardino. C. venne insultato per più di 20 minuti, tanto che alla fine dovette ammettere che l’Inter si, aveva avuto culo. Ci bevemmo un’ultima birra, guardando il sole che scendeva oltre la siepe dei vicini, passandoci una canna di erba che rappresentava un po’ la fine del weekend. Dopo il pathos del match, ora regnava la pace, e anche i gatti dei vicini, ricominciavano a farsi vedere intorno tranquillizzati dall’assenza di urla o oggetti volanti. I ragazzi decisero tutti in coro, e con perfetto tempismo, di andarsene, non prima di aver dato una mano a ripulire. Ci mettemmo tutti insieme a sistemare e in meno di 10 minuti il giardino era di nuovo tirato a lucido. Li salutai e mi chiusi la porta alle spalle facendo un po’ a botte con la serratura difettosa che, guarda caso, quando bevevo decideva sempre di fare i capricci.

Erano le 9 di sera passate e avevo bevuto fin troppe birre per una domenica pomeriggio qualsiasi: l’unica cosa che vedevo davanti a me era il letto e una tazza di tè caldo. Non avevo neanche bisogno di mangiare dopo le mille patatine e salsine varie che ci eravamo divorati nel corso dei 90 minuti di gioco. Andai in cucina, la mia è una di quelle case in cui ogni ambiente è separato dall’altro e che si sviluppa lungo un corridoio, e solo in quel momento, davanti al bollitore, mi ricordai della presenza di un ospite che non avevo più visto dal fischio finale dell’arbitro. A ricordarmi di lui erano le padelle e i piatti nel lavandino (come si fa poi a usare due padelle e tre piatti per cucinarsi un pezzo di carne me lo spiegate voi) che portavano ancora i segni di quel pasto scroccato. Rimasi un attimo fermo, immobile, incapace di decidere sul da farsi. ancora una volta le opzioni erano due: correre fuori a cercare quel bastardo che non si era preso la briga neanche per un attimo di comportarsi in maniera civile in casa mia e fargliela pagare con gli interessi, oppure calmarsi (perchè, dopotutto, la prima idea era una cagata), lavare i piatti, e accettare lo stato delle cose.

Bisogna pure saper perdere delle volte.

Continuando a fissare quei piatti sporchi, aprii l’acqua calda, e mentre aspettavo che scendesse, mi misi a ridere, pensando a quell’imbecille che aveva deliberatamente lasciato li, a mo’ di sfregio, i resti del suo pasto, quasi volesse dirmi: “Tieni, mi fai schifo, pulisciti pure la tua merda che io non ho tempo da perdere. Non ho neanche il tempo e la voglia di salutarti.”

La verità è che ci sono persone – vai a capire – che hanno la capacità di prenderti e girarti come vogliono loro, fingendo di essere quello che non sono, solo per il loro personale interesse. E tu non ci capisci più niente, le dinamiche vanno a farsi benedire, e pure il buon senso. Ma forse sto esagerando ed estremizzando un po’ il concetto. Sono pesante a volte. Alla fine di tutte queste parole che cosa rimane? Niente. Quello che rimane è la realtà: dei piatti sporchi da lavare, io ubriaco e appena appena in grado di tenere gli occhi aperti, e un pezzo di merda in più al mondo. Alla fine, ripensandoci, non mi era andata poi così male.

G.

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Paul Steinberg, Self portrait 

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Everyday Life

Breve catalogo della Fauna da campeggio

Castiglione della pescaia

27/08/2016

Tornare in un campeggio a distanza di 15 anni mi ha dato la possibilità di rendermi conto di cose che non ero minimamente in grado di vedere e pensare prima. Ecco perché, dopo 10 giorni passati in una tenda con il materassino bucato e un fratello russatore professionista (ovviamente senza offesa) ho deciso di stilare una piccola raccolta di quelle che sono le tipologie di persone che puoi incontrare in un realtà come il campeggio. Nonostante fossimo andati lì a godere della natura e della flora locale, alla fine e come sempre, il mio interesse è ricaduto sulla fauna del posto. Per cui la cosa più naturale che mi è venuto da fare,durante queste vacanze è stata quella di osservare, guardarmi intorno e di compilare un piccolo catalogo della fauna da campeggio. L’intento di non offendere nessuno c’è, ma come si sa, la realtà dei fatti è sempre diversa dall’intenzione.

1) IL TUTTOFARE

Brutto, sempre sudato e un po’ puzzolente. Indossa ogni giorno la stessa maglietta sgualcita del campeggio e sempre lo stesso paio di bermuda. È di solito un po’ spelacchiato, e se si toglie la maglietta puoi davvero notare la differenza del colore della pelle (la cosiddetta abbronzatura da muratore). È sempre sudato perché non si ferma mai un momento ma è la persona più buona, gentile e disponibile del campeggio. È come un automa: se chiedi lui fa, e sempre con il sorriso stampato in viso e la battuta pronta. Perché in fondo lui lo sa davvero che questo campeggio sarebbe morto senza di lui. Gira sempre con una graziella tutta sgangherata. Lo senti arrivare fin dall’ingresso del campeggio da quanto quella bicicletta è arrugginita. Nel cestino, qualsiasi cosa possiate immaginare: una volta gli ho visto tirare fuori persino un flessibile e un pezzo di fumo che cercava di vendere a qualche genitore insospettabilmente interessato.

2)  LA RECEPTIONISTA

Sempre con il broncio e mai una volta cortese, sembra ti stia facendo il più grande dei favori possibili assegnandoti una piazzola che strapagherai. Il problema di fondo è che la receptionista deve ingoiare il boccone amaro ogni giorno, vedendo ogni persona intorno a lei che è lì in vacanza a riposarsi e divertirsi, mentre lei muore di caldo in uno sgabbiotto che, il più delle volte, ha come unico comfort un ventilatore degli anni ’70. L’unico modo che si ha per esser trattati con un minimo di gentilezza è quella di mostrare un po’ di empatia (commiserazione) nei suoi confronti, magari esclamando, così tutt’a un tratto, una frase del tipo: ‘Ma come fate a stare qui tutto il giorno con questo caldo, non è giusto. È disumano’. Così capiranno che state dalla loro parte, che tifate per loro. E allora cominceranno a trattarvi in maniera diversa magari dandovi anche la possibilità di avere quella bella piazzola isolata, in piena ombra e vicino al mare, che il Tuttofare del campeggio vi aveva detto che era appena stata data via.

3) LO SPORTIVO

Fa qualsiasi tipo di attività, dal mattino alla sera. Lo senti già dall’alba che salta con la corda prima di lanciarsi tra le pinete circostanti con la sua mountain bike da 5000 euro. Fa flessioni e addominali non appena ha 30 secondi liberi e l’unico abbagliamento possibile per lui è quello tecnico da ‘IronMan’: salopette aderente di tessuto tecnico traspirante, con pantaloncini rinforzati sul linguine, berretto da ciclista e occhiali Oakley. Nelle ore centrali della giornata, tra mezzogiorno e le 3, quando il sole picchia più forte che mai e la gente sviene anche solo a fare due passi, lui non demorde e va a correre sulla spiaggia di modo da poter abbinare all’allenamento anche un po’ di tintarella. Tipica è l’abbronzatura a ‘macchie di leopardo’ con l’immancabile segno degli occhiali che lo fanno sembrare più una persona affetta da vitiligine piuttosto che un tri-atleta. Chiude la sua giornata con un po’ di windsurf, canoa o paddle, dipende da cosa è più in voga al momento (quest’anno sicuramente il paddle), così da permettere a te che non fai altro che stramazzare in spiaggia tutto il giorno, di scattare meravigliose foto di lui che si allontana rincorrendo il tramonto. Lo sportivo si allena per se stesso certo, ma anche un po’ per te: è una persona generosa insomma.

4) QUELLI CHE è IL PRIMO ANNO CHE VENGONO SENZA FIGLI

Sono una categoria molto facile da riconoscere e, quindi, da evitare. Coppie di mezza età, tra i 40 e i 50 anni, lei bassa e un po’ tarchiatella, lui brizzolato e con una catenina d’oro al collo. Di solito sono ben attrezzati di ogni genere di comfort, e come tutti gli anni, hanno deciso di passare 15 giorni lì a godersi la vita da spiaggia. I problemi per loro però incominciano quando, ad un certo punto, si rendono conto che qualcosa di diverso rispetto agli anni passati c’è. La loro figlia adolescente di 16 anni ha deciso per la prima volta di non seguirli, ed è come se tutt’a un tratto lo realizzassero. Si guardano intorno, spauriti, con lo sguardo perso nel vuoto, incapaci di trovare una singola cosa di cui parlare. L’unico argomento di discussione è che cosa preparare per pranzo e cena mentre fanno colazione. Lui, di solito, dopo una settimana comincia a manifestare tutto il suo disagio nel ritrovarsi in un contesto che non riconosce più: ‘Siamo venuti qui per 10 anni con nostra figlia, questo è il primo anno senza di lei’, è la frase con cui apre ogni conversazione. E, se per caso sei un giovane, più o meno coetaneo di sua figlia, stai pur certo che non ti mollerà più: ti cercherà, ti inseguirà e una volta tra le sue grinfie sarai costretto ad assecondare ogni capriccio di questa povera anima in pena che, grazie alla tua presenza, riuscirà, per un momento, a sentirsi ancora utile e vivo per un po’.

5) I SUPER-ORGANIZZATI AKA LE FAMIGLIE ALLARGATE AKA I VETERANI

Vengono in questo campeggio da ancora prima che tu fossi nato, a volte da ancora prima che lo stesso campeggio esistesse (Dio solo sa come sia possibile), sempre nello stesso periodo dell’anno e conoscono tutto e tutti. Si sentono i padroni del campeggio, nonostante paghino esattamente come tutti gli altri, ma ti guardano con disprezzo, dal basso verso l’alto, con quell’aria di disprezzo di chi sa’ che è la prima volta che capiti da quelle parti. Per loro le regole del campeggio non valgono: dove c’è un divieto di accendere il fuoco, loro ci piazzano due belle griglie e fanno barbecue ad ogni momento del giorno, invitando quelli del campeggio ad unirsi alle loro abbuffate (questa razza di mammiferi ha come qualità principale la furbizia e, soprattutto la strafottenza). Sono anche organizzati a livelli che sfiorano il professionismo: carrelli tenda o caravan, con verande da almeno 50 mq comprendenti di cucina a 5 fuochi (più grande di quella che ogni persona normale ha in casa propria), forno, dispense varie, frigo da 500 litri comprendente di congelatore dove stipare un capretto intero, tavolo da 10/12 persone, area relax/living, dove ho persino avvistato poltrone imbottite e divanetti, e parabola per trasmettere SKY ad ogni ora del giorno e della notte. Al mare o in giro per il campeggio non li vedi mai, sono sempre asserragliati intorno a quelle griglie che emanano calore e profumo di carne bruciata. Non si muovo mai da soli, ma sono sempre tutti insieme come grandi famiglie allargate: è facile vedere nonne, zie, nipoti e cugini vari, tutt’intorno al tavolo a ridere e scherzare fino all’alba. Li vedi abbronzati ma molto probabilmente è solo l’effetto delle enormi quantità di alcol che costantemente ingurgitano che gli rende gote e naso rossi come il fuoco. Sono chiassosi e irrispettosi della pace altrui. E tutt’a un tratto, dopo almeno un mese di permanenza, ti alzi al mattino e non ci sono più, scomparsi più in fretta di un batter d’ali e senza lasciare traccia. E tu, rimani lì, a chiederti come abbiano potuto non scordarsi la nonna muta sempre seduta, in mezzo a tutto quel ben di Dio che si sono portati dietro.

6) I NEO-SPOSATI AKA LE GIOVANI COPPIE

Di solito è lui che ha deciso di venire in campeggio, retaggio di quella che fu l’infanzia e l’adolescenza che vedeva come sola ed unica opzione quella di passare le vacanze in quel modo. Lei è quasi sempre sconvolta, schifata e con il broncio. La vedi lamentarsi un po’ di tutto: della non pulizia dei bagni e docce, delle prese di corrente troppo lontane dagli specchi, dei prezzi folli del mini-market dentro al campeggio, del troppo rumore proveniente dalle tende vicine, e persino del troppo caldo. Lui, che pensava di aver avuto un’idea carina a portarla in quei luoghi dove è cresciuto e magari è diventato pure l’uomo che è adesso, si deve ricredere dopo non più di 48 ore, e constatare che quello invece è stato uno dei più grandi errori della sua vita. Lo vedi sempre almeno 5 passi dietro di lei, costretto a rincorrere quella giovane donna che molto probabilmente lo lascerà durante il viaggio di ritorno di quella che per lei è stata una delle esperienze più brutte e traumatiche della sua vita.

7) LE ANIMATRICI

Anche loro, così come il Tuttofare, sono una delle anime del campeggio. Ragazze giovani, massimo 20 anni, sono lì a farsi il mazzo tutto il giorno sotto il sole tra mini-club, acqua gym, e balli di gruppo. Attive 24 ore su 24, 7 giorni su 7, le vedi sempre e ovunque, pronte a braccarti e a obbligarti, con un sorriso da farti sciogliere il cuore, a unirti a loro per l’imminente tombolata del giovedì sera. Ma sono anche coloro che aiutano i genitori a farsi un po’ i fatti loro, prendendosi la briga di accudire e intrattenere i loro figli durante il giorno. Capita anche che la sera, però, intrattengano anche qualche padre con il vizietto e le mani un po’ lunghe, invece dei loro figli. Sono carine, giovani ed estroverse: sanno di fare un certo effetto su adulti che magari si ritrovano all’inizio della loro fase calante, e quindi ci giocano ingenuamente, inconsapevoli di quanto, qualche anno più tardi, rimpiangeranno quelle nottate brave. Ma il campeggio per loro, non è solo il luogo di lavoro, è anche una delle tante palestra di vita, dove assaggiare vizi e virtù della vita che le aspetterà.

8) GLI ADOLESCENTI

È un classico, per dei giovani appena maggiorenni, farsi le vacanze in campeggio a base di alcol, droga e tanto sesso promiscuo. Gruppi, o meglio, orde di ragazzi e ragazze dal testosterone abbondante che si riversano in piazzole di solito troppo piccole e mal posizionate. Le receptioniste hanno l’occhio lungo e non appena vedono gruppi come questi, ci mettono un attimo a ficcarli in qualche angolo isolato del campeggio, lontano da famiglie, bagni e comfort, consapevoli del chiasso che questi faranno nelle ore tarde della notte. Di solito li vedi comparire al bar del campeggio intorno alle 2/3 del pomeriggio, con quegli occhi gonfi tipici di chi si è appena svegliato. Il loro pranzo è un cappuccino con brioche alla Nutella, prima di lanciarsi in aperitivi a base di morettone da 66cl e spritz fino a mezzanotte, orario in cui vanno in spiaggia a fare il bagno. Infine li senti cantare e strillare fino all’alba le canzoni di Vasco, circondati da genitori sull’orlo di una crisi di nervi, i quali ogni 5 minuti lanciano minacce di morte. Ma ai ragazzini non interessa, anzi, quello diventa solo un argomento in più su cui farci una bella grassa risata nel bel mezzo della notte.

9) IL DEVASTATO

Come sempre è uno del posto, che ha la casa poco distante dal campeggio, immersa nella pineta e a due passi dal mare. Tanto ricco e  benestante quanto alcolizzato e tossicodipendente. Lo vedi raggiungere il bar  del campeggio ogni mattina, dove saluta i baristi, suoi migliori amici dell’estate, e si fa un caffè corretto Sambuca. Poco più tardi lo puoi scorgere fra i lettini della spiaggia a pagamento a sorseggiare prosecco, evitando di esporre anche un solo lembo della propria pelle al sole. È L’unico in tutto il campeggio, forse solo insieme alle receptioniste, che rimane bianco senza un minimo di abbronzatura. Dalle 5 del pomeriggio, fino alle 11 di sera, vedi al sua testa dai capelli ricci e rossi penzolare, quasi senza forza di volontà per rimanere su, al baretto della spiaggia, bevendo Campari in bicchieri da cocktail e fumando Marlboro light una dietro l’altra. Lo senti puzzare d’alcol quando ci passi vicino e può capitare che ti prenda in simpatia, iniziando a offrirti shots di vodka, che tu neanche vuoi, così, senza nemmeno richiedere un minimo di compagnia o di gratitudine. Ma lui è fatto così, è un tipo generoso. Poi, quando ricorda di avere un bel letto comodo sotto un tetto a due passi da lì e non una tenda sporca e scomoda, si ordina un ultimo giro e, con il sorrisetto stampato in faccia, saluta tutti e se ne va, camminando rasente ai muri e fermandosi di tanto in tanto a riposare.

10) QUELLI CHE RITORNANO AKA IO E MIO FRATELLO

E infine ci sono quelli che si ritrovano in quel campeggio dopo anni e anni di distanza. Proprio come è capitato a me e mio fratello quest’anno. Spinti da un’ondata di nostalgia e dalla voglia di staccare veramente dai ritmi cittadini, per la prima volta in anni di parole buttate al vento, abbiamo preso la macchina e ci siamo diretti in quello che ricordavamo essere il nostro paradiso terrestre di adolescenti. A metà tra giovani in cerca di festa e persone adulte alla ricerca della pace dei sensi, ci siamo ritrovati in un contesto strano, a noi avulso: ci sentivamo vecchi nei confronti dei ragazzi intorno a noi, che ci guardavo schifati, come incapaci di comprendere la nostra sola necessità di riposare; e al contempo ci sentivamo troppo giovani e ancora pieni di energie per socializzare e dare seguito a gruppi di adulti di poco più grandi di noi. In tre parole: ci siamo isolati. Dopo un paio di giorni a chiederci perché lo stessimo facendo, la pace dei sensi è come se ci fosse venuta a bussare alla nostra tenda in pieno sole dalle 6 del mattino, portandoci tranquillità e rilassatezza. Essendo dei corpi estranei e fuori dai canoni più classici del campeggio tradizionale, la gente ha cominciato a scrutarci con occhi di interesse,e , qualche volta, di paura. Convinti fossimo una coppia gay (nonostante io e mio fratello siamo identici), le poche persone che hanno avuto il coraggio di avvicinarsi a noi rimanevano sempre sorprese nel vedere due fratelli da soli in un campeggio principalmente destinato per famiglie. ‘Dovevate andare al “Baia Rossa” quello si che è per i ragazzi giovani come voi in cerca di belle ragazzine.’ Continua a leggere

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